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T'attendo (Olasz) Più e più t'attendo. Fresca è l'erba di rugiada, pure alberi attendono grandi dalla chioma fiera. Tutto d'un pezzo sono e trepido talora, solo, in siffatta notte da brividi donare. Se venissi, il prato intorno a noi si ravvierebbe e silenzio, gran silenzio vi sarebbe, ma misterioso un melos noi s'udrebbe, sulle labbra musica il nostro cuore suonerebbe e rutilando fonderemmo, lentamente, vampe levando su d'un'ara aulente per l'immenso. Bartolomeis, Mario De

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Várlak (Magyar) Egyre várlak. Harmatos a gyep, Nagy fák is várnak büszke terebéllyel. Rideg vagyok és reszketeg is néha, Egyedül olyan borzongós az éjjel. Ha jönnél, elsimulna köröttünk a rét És csend volna. Nagy csend. De hallanánk titkos éjjeli zenét, A szívünk muzsikálna ajkainkon És beolvadnánk lassan, pirosan, Illatos oltáron égve A végtelenségbe.

17/02/2021. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, ha presidido el acto de firma del Protocolo sobre Alquiler Social de Viviendas, junto a la vicepresidenta tercera y ministra de Asuntos Económicos y Transformación Digital, Nadia Calviño, el ministro de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana, José Luis Ábalos, y el presidente de Sareb, Jaime Echegoyen.

 

NOTICIA:

 

www.lamoncloa.gob.es/presidente/actividades/Paginas/2021/...

17/02/2021. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, ha presidido el acto de firma del Protocolo sobre Alquiler Social de Viviendas, junto a la vicepresidenta tercera y ministra de Asuntos Económicos y Transformación Digital, Nadia Calviño, el ministro de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana, José Luis Ábalos, y el presidente de Sareb, Jaime Echegoyen.

 

NOTICIA:

 

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17/02/2021. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, ha presidido el acto de firma del Protocolo sobre Alquiler Social de Viviendas, junto a la vicepresidenta tercera y ministra de Asuntos Económicos y Transformación Digital, Nadia Calviño, el ministro de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana, José Luis Ábalos, y el presidente de Sareb, Jaime Echegoyen.

 

NOTICIA:

 

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17/02/2021. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, ha presidido el acto de firma del Protocolo sobre Alquiler Social de Viviendas, junto a la vicepresidenta tercera y ministra de Asuntos Económicos y Transformación Digital, Nadia Calviño, el ministro de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana, José Luis Ábalos, y el presidente de Sareb, Jaime Echegoyen.

 

NOTICIA:

 

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Desde el verano 2018 el primer bloque de Obra Social de la PAH en Vallekas "Sierra de Llerena" sufre una amenaza de desalojo. Rompiendo con un proceso de negociación de tres años, el propietario SAREB reabrió el procedimiento judicial en agosto, y ahora las 14 familias miembros de PAH Vallekas se movilizan para defender lo que han recuperado al banco malo y llenado de vida.

 

El pasado 17 de noviembre invitaron a los y las vecinas, los colectivos afines y asociaciones barriales a un #PAHsacalles17N para visibilizar su lucha y cargar las pilas de alegría para seguir. Después de la mesa informativa en la Junta de Distrito y el pasacalles festivo, el evento se culminó en el mismo edificio "Sierra de Llerena" donde se celebraron conciertos, actividades infantiles, chocolatada y una paella popular.

 

¡#LerenaEstáLlena y #LlerenaSeQueda!

 

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Fotos de Lotta Meri Pirita Tenhunen para PAH Vallekas bajo licencia CC-Attribution-NonCommercial-ShareAlike.

Abitazione pratese del celebre mercante, costituisce uno dei primi e tipici esempi di dimora borghese prerinascimentale.

Esso in realtà era solo una parte dell'abitazione del Datini, che si estendeva anche nell'isolato di fronte all'attuale ingresso (dove trovava posto una casa con giardino e fondaco) e in parte di un isolato adiacente, dove - negli ultimi anni di vita del mercante - era situata la stalla, e che tuttora conserva su di un portale lo stemma dei Ceppi.

Il primo nucleo del palazzo, situato in porta Fuia, all'angolo tra l'attuale via Rinaldesca e via del Porcellatico, era probabilmente costituito proprio da quel "chasolare, i' sullo chanto dello Porcellaticho", che il tutore di Francesco, Piero di Giunta del Rosso, acquistò per lui nel 1354, e che immediatamente sottopose a lavori di ristrutturazione.

Il costo di quell'immobile, e dei relativi lavori, ammontò allora ad appena 63 lire, 6 soldi. Un edificio assai modesto, quindi, anche se collocato in un'area di pregio, situata al confine con i palazzi dei Rinaldeschi e quelli degli Alberti.

 

L'attuale struttura è il risultato di una serie di successive acquisizioni di edifici contigui, inizialmente destinati ad abitazioni e botteghe di artigiani, che andarono ad ampliare il primo nucleo abitativo, nel quale il Datini si era insediato al suo ritorno da Avignone.

I primi consistenti lavori, come ci testimonia lo stesso Datini, risalgono al 1383, ed interessarono l'ala prospiciente alla via Rinaldesca; ma quelli più significativi furono compiuti fra il 1387 e il 1390, quando l'edificio, inizialmente ad un solo piano, fu rialzato, e fu costruito il cortile con loggia e pozzo.

Nell'immobile che fronteggiava l'ingresso, oltre ad una casa e loggiato dipinto, e ad un fondaco, fu allora realizzato un giardino con tabernacolo sull'angolo, "pieno di melaranzi e rose e viole e altri begli fiori", di cui lo stesso Datini diceva: "Costa p(i)ùe di fiorini 600: ch'è istata una grande folìa: sarebe meglio ad avergli messi in uno podere".

È in occasione di questa ristrutturazione, certamente la più consistente, che fu realizzata anche gran parte della decorazione pittorica ad affresco, affidata a Niccolò di Piero Gerini: a lui dobbiamo il San Cristoforo, tuttora ben conservato, concluso solo nel 1394.

Dello stesso ciclo di affreschi fanno parte le 14 figure dipinte nella corte, i 7 vizi e 7 virtù, che adornavano la loggia, assieme ai quattro filosofi impressi nelle lunette (affreschi, tutti, ormai fortemente deteriorati), oltre ad alcuni altri dipinti di cui non abbiamo più traccia.

Agnolo di Taddeo Gaddi e Bartolomeo di Bertozzo eseguivano nel frattempo i lavori più semplici di ornamento: il motivo delle volte a gigli, i "beccattelli" fra le lunette e le figure della loggia, i "pancali", le colonne, gli sguanci delle finestre, i marmi, un po' dappertutto; e inoltre, i palchi delle camere, i travicelli, i regoli e bossoli di legno.

Essi decorarono, inoltre, una delle sale interne, quella "sopra la volta del vino", con le "pareti dipinte ad alberi" e il soffitto "a gigli gialli in campo scuro, con quattro compassi dipinti con armi".

 

Gli ampliamenti e ristrutturazioni non cessarono comunque, mentre l'edificio si andava arricchendo con l'acquisizione dei corpi immobiliari adiacenti. Nel 1399, tirando le fila di questo suo incessante murare, il Datini calcolò ad oltre 6.000 fiorini il costo complessivo dell'abitazione.

I lavori realizzati a più riprese nel corso degli anni, e che in realtà terminarono solo poco prima della morte, le decorazioni parietali ad affresco, la ricchezza degli arredi, di cui gli archivi datiniani sono ricchi di testimonianze, trasformarono gradualmente il palazzo in una dimora prestigiosa, che fu più volte utilizzata non solo dal Datini, ma dallo stesso Comune di Prato, per ospitare personaggi di spicco in visita alla città.

 

Dopo la morte del Datini, la facciata esterna fu totalmente affrescata a spese dei Ceppi con scene della vita del mercante, di cui restano solo alcune frammentarie sinopie.

 

Tratto da:

www.istitutodatini.it/schede/palazzo/

 

EL INGLÉS QUE SE QUEDÓ.

JL Pajares.

 

Este establecimiento fue creado por el inglés Jhon Schmit a mediados del siglo XIX. Se trataba del primer centro hostelero de cierto nivel en Ávila, que hasta entonces solo contaba con antiguas tabernas y posadas.

La paradoja es que Schmit había sido uno de los ingenieros británicos que diseñó la linea férrea Madrid-Irún, un anhelado proyecto que por fin llegaba a aquella vieja ciudad, en la que sólo se atrevían a parar hasta entonces contados viajeros.

 

CON EL TREN LLEGÓ EL TURISMO

Schmit vino a España por encargo de la empresa de ferrocarriles para la que trabajaba. Lo decisivo fue que, tras inaugurarse el primer tramo en 1858, Ávila se convirtió en la primera ciudad en enlazar con Madrid.

 

PIONERO DE LA HOSTELERÍA LOCAL

Como otros extranjeros que la descubrieron después, este ingeniero quedó prendado de Ávila, lo que no era fácil entonces. A mediados del XIX la ciudad pasaba por uno de los momentos de mayor decadencia económica y social de su historia; la desidia y la suciedad reinaban en las calles, los pobres se acumulaban a la puerta de los conventos y los comercios cerrados proliferaban por todas partes. El mérito de Schmit fue doble, construyó el camino que acercaba rápidamente los viajeros hasta Ávila y la hizo más acogedora como destino turístico.

 

EMPEÑO Y DECISIÓN

Buscando hospedarse al comienzo de las obras del ferrocarril, Schmit sufrió las incomodidades de las viejas fondas abulenses. Desistió del intento y para estar lo más cerca posible de la construcción de su linea acabó comprando una casa particular en la plaza de Santa Ana, donde entonces acababa la ciudad por el este.

 

Tras comprobar que no existía en Ávila un sólo establecimiento donde alojarse cómodamente, comenzó a pensar en crear uno. Decidido a conseguir que se pernoctase confortablemente en aquella ciudad olvidada de Dios, resolvió las gestiones para fijar aquí su residencia, hizo cuentas y se puso a buscar el lugar más idóneo.

 

- Fotografía, 1864. Vista de Ávila desde la nueva estación y vía férrea www.flickr.com/photos/avilas/4923274492/in/photolist-266k...

 

APOSTAR POR ÁVILA

Schmit creyó, como ocurría con cualquier lugar donde llegaba el ferrocarril, que Ávila alcanzaría un gran progreso a partir de entonces. Había que aprovechar aquella oportunidad. Al acabar las obras de la vía férrea, pidió un crédito y tras vender su vivienda en la plaza de Santa Ana, precisamente al padre de Santayana, compró un solar en la plaza de la Catedral, abriendo en 1862 la que fue conocida como "Fonda del Inglés". - 1

 

ARTE Y GASTRONOMÍA

Jhon carecía de experiencia hostelera, pero era consciente de que el establecimiento también debía adquirir cierto nivel culinario si quería atraer a clientes de cierto nivel. Consiguió traer cocineros para dar gusto a los viajeros de otras nacionalidades y, dado que era un cultivado amante del arte y la arquitectura, se convirtió en guía y anfitrión ocasional para sus huéspedes. Estaba convencido de que merecía la pena enseñar a otros viajeros aquellos monumentos que él había descubierto, Ávila era una reliquia destartalada, pero en su mayoría estaba enteramente conservada.

 

DOS INGLESES, ANFITRIONES DE ÁVILA.

Le gustaba la ciudad y disfrutaba de enseñarla acompañando a cuantos viajeros interesados llegaban a su establecimiento. Los recogía en la misma estación y con sus voluminosos baúles eran conducidos en coche de caballos hasta "El Inglés". Tanto llegó a ser su empeño que frecuentemente a esta iniciativa se unía su hermano, al que llamó para que se quedase en Ávila. Los dos Schimit paseaban con los clientes, bien a pie, bien en calesa, de Santo Tomás a la Encarnación o bien rodeaban la Muralla para acabar en la Catedral y de allí directamente a la cena, enfrente mismo del templo.

 

Aquellas excursiones guiadas resultaban pintorescas y eran de gran ayuda para los turistas de la época, sobre todo para los que apenas hablaban una palabra de español; con los Schmit hacían rutas por la ciudad y accedían a veces a lugares poco conocidos, incluso para los lugareños. -2

 

OTRO OLVIDO

No se comprende que, a pesar de todo esto, jamás se haya hecho en esa localidad un reconocimiento que recuerde a este buen hombre, que fue el verdadero pionero del turismo en Ávila, llegando a empeñar todos sus ahorros y bienes para levantar aquel proyecto hostelero.

 

REFORMAS

En esta postal el edificio aparece dibujado cuando aún tenía cuatro plantas, mas tarde sería levantada una más. Los siguientes propietarios españoles, Tomé y Beltrán, realizaron algunas reformas, adaptando los baños y comedores a las nuevas modas.

 

CAMBIO DE NOMBRE

Nada más acabar la guerra civil se rebautizó como hotel Continental; el Régimen y sobre todo las autoridades locales, prohibieron que figurase en plazas, calles y establecimientos el nombre de cualquier país enemigo del eje alemán.

 

BODAS Y BANQUETES

La mayor parte de hoteles de Ávila, se sostuvieron gracias también a las "bodas y banquetes" que se celebraban en sus restaurantes. El continental y el Reina Isabel llegaron a compartir titularidad, figurando a veces unidos en la publicidad.

 

EL FIN

A partir de los setenta, como ocurrió con otros hoteles en Ávila, el Continental no se renovó adecuadamente, pasando a ser en los ochenta casi una casa de huéspedes; uno de ellos fue el entrañable profesor y sacerdote Mariano Sanchidrián, que residió en él durante más de quince años.

 

RUINA Y TESORO

Abandonado hasta caer en la ruina desde primeros de este siglo, el Continental ha sido derruido, quedando su solar vacío, conservándose únicamente la fachada. En su interior, tras las excavaciones arqueológicas realizadas, se han encontrado mosaicos romanos e importantes restos arqueológicos.

Actualmente se está a la espera de un nuevo proyecto de rehabilitación, que respete el valioso legado encontrado, que añade un valor extraordinario a este lugar.

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1*- Una curiosidad sobre la escasez de recursos de que disponía este ingeniero al principio de las obras, es que reutilizó algunos materiales desechados de la linea férrea. En alguna de las reformas posteriores del establecimiento aparecieron parte de aquellos railes y traviesas.

 

2- Esta atención siguió conservándose hasta los años veinte, después de que José Tomé lo adquiriese; en esas fechas el hotel seguía anunciando en su publicidad "interpretes y guías especiales"

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www.diariodeavila.es/noticia/Z826E1051-E93A-724E-C0A86DE9...

Mio nonno Carlo, indelebile, bellissimo ricordo. Semmai dovessi credere nell'aldilà, sarebbe per la speranza di rivederlo.

  

Mindeord

 

Mindeord ved statskonsulent Carlo Valentin Hansens død. Af statskonsulent Søren Skafte.

 

Statskonsulent Carlo Valentin Hansen, 96, døde 18. december 2004 i Frascati i Italien, der var blevet hans andet fædreland siden hans udsendelse som statskonsulent til Rom i 1953.

 

Carlo Valentin Hansen var en af de markante skikkelser i den danske statskonsulenttjeneste. Allerede inden oprettelsen af landbrugsministeriet i 1896 blev der på finansloven for 1888-89 afsat midler til "varetagelse af det danske landbrugs interesser i udlandet". De første poster i Storbritannien og Tyskland blev fulgt af flere, og statskonsulentembedet i Rom blev oprettet i 1953.

 

Landbrugsministeriet udnævnte den 45-årige Carlo Valentin Hansen til statskonsulent. Carlo havde særdeles gode forudsætninger for at bestride stillingen. Opvokset på en gård i Knudsker på Bornholm, student fra Rønne Statsskole og mejeribrugskandidat fra Landbohøjskolen, hvor han efterfølgende var ansat i en periode. Fra 1935 til 1938 gjorde Carlo tjeneste som assistent for statskonsulenten i London, hvorefter han efter et par år hjemme ved Statskontrollen for Mejeriprodukter blev ansat i Landbrugsraadet i 1940.

 

Stillingen som statskonsulent ved ambassaden i Rom var krævende. I de første 10 år skulle Carlo ikke kun dække Italien, men tillige Schweiz samt varetage posten som Danmarks faste repræsentant ved FNs fødevare- og landbrugsorganisation, FAO, og ved Verdensfødevareprogrammet, WFP. I 1963 blev Schweiz ved oprettelsen af et statskonsulentembede i Bern skilt fra, og i perioden 1978-93 var opgaverne som Danmarks faste repræsentant ved FAO henlagt til et selvstændigt embede.

 

Under Carlo Valentin Hansens mere end 25-årige virke som statskonsulent i Rom havde han sin store andel af æren for, at Italien udviklede sig til et meget betydeligt marked for dansk landbrugseksport. Han opnåede en enestående position i italienske landbrugskredse og blandt andre landes repræsentanter i Rom, hvor han i en årrække beklædte posten som formand i foreningen af landbrugskonsulenter. Længe efter sin afgang som statskonsulent opretholdt Carlo sine gode kontakter, og hans navn er stadig i dag kendt i den italienske okse- og svinekødssektor.

 

Carlo Valentin Hansen blev for sin indsats for de dansk-italienske relationer fortjent dekoreret med Ridderkorset af 1. grad af Dannebrogsordenen og som Kommandør af den italienske Fortjenstorden.

 

Carlo havde i sit virke i Italien en god støtte i sin skotske hustru, Eileen, som han havde mødt under sit ophold i London. De var gift i over 60 år, fik fire børn, og det var et stort tab, da han mistede hende i 1998. I de seneste år svigtede helbredet, og Carlo måtte flytte fra sit elskede hjem ved søbredden i Castel Gandolfo til sin datter i Frascati, hvor han boede til sin død.

La distancia del presente. Auge y crisis de la democracia española (2010-2020). DANIEL BERNABÉ

  

Estamos a 5 de septiembre de 2002 y, aunque las terribles fuerzas de la economía ya se están acumulando para provocar el gran terremoto, nadie parece querer verlo. Por el contrario, hoy es un día de fiesta: Ana Aznar, la hija del presidente del Gobierno, contrae matrimonio con Alejandro Agag, un joven empresario que acaba de dejar su carrera política en el Partido Popular (PP) y que responde, físicamente, a lo que podríamos esperar de un buen chico educado en CUNEF. La boda, un evento privado, se retransmite por varias televisiones y a la misma asisten los reyes, el Gobierno en pleno e incluso mandatarios como Tony Blair. Pero también una extraña caterva de personajes a los que nadie conoce, con nombres como Francisco Correa y Álvaro Pérez «El Bigotes». Aún no se puede reparar en el hecho, pero este enlace es el punto culmen del aznarato, un lugar y un momento donde la corrupción, las relaciones internacionales y el país de un arrogante milagro económico se dan cita. Sotto voce muchos piensan que, en el fondo, esta boda es un pulso del presidente al monarca. El lugar donde se celebra, El Escorial, no ayuda a deducir lo contrario. (...)

 

Cerca del recorrido de esta marcha está la plaza de Colón, un lugar que oculta en su subsuelo un centro cultural y en su superficie unas composiciones escultóricas que realizan la extraña simbiosis entre el brutalismo y la nostalgia imperial. Se denominan Jardines del Descubrimiento, pero nadie los llama así. Quince años después, en un acto enormemente simbólico, la derecha liberal se funde con la ultraderecha, aprovechando la excusa del intento independentista catalán, en el mismo paraje. La gigantesca enseña nacional ondea sobre un gentío que parece sacado de uno de los actos de apoyo que el tardofranquismo realizaba en la plaza de Oriente. La bandera, de 294 metros cuadrados, sobre un mástil de cincuenta metros, es gigantomaquia nacionalista, pero también el mayor legado simbólico que Aznar dejó al país y que muy pocas veces es comentado. Aznar, y aquellos poderes a los que representaba en la esfera política, comprendieron que no valía de nada ganar unas elecciones si el país seguía creciendo sobre un sustrato progresista, si no en lo económico, sí en lo simbólico y emocional. Aznar comenzó siendo el presidente que reeditó las memorias de Azaña, que mantuvo con los nacionalistas de la derecha catalana el Pacto del Majestic y que denominó a ETA, en medio de sus negociaciones, movimiento de liberación nacional vasco. Si comenzó siendo todo eso, pudo ser por inclinación personal, pero también porque no le quedaba otra: el poder político sigue la guía que le marca el económico, pero tiene las barreras que le impone la sociedad a la que gobierna y legisla. Y, en este caso, la España de finales de los noventa, imbuida en los primeros aromas del crédito barato y la clase media aspiracional, seguía siendo un país de una clara mayoría progresista. Y eso había que cambiarlo (...).

 

Que un socialista hablara de patriotismo en 2001 podía sonar pintoresco, que lo hiciera alguien del PP resultaba, aún, alarmante. Los algo más de veinte años desde la aprobación de la Constitución no habían borrado no ya el pasado franquista de los populares, sino sobre todo el rechazo social que todavía provocaba la patria, el campo simbólico-emocional del Estado. (...)

 

El largo camino del aznarismo puede culminar en nuestros días con una derecha dividida en tres partidos, negativo de la unidad conservadora lograda por Aznar, pero con las ideas del nacionalismo español reaccionario más presentes que nunca en el hemiciclo, los medios de comunicación y las calles. Esta restauración nacional-católica tuvo como vértice a Aznar, pero como gasolina para el sentir popular los éxitos deportivos de la primera década de siglo, que transformaron la idea de España. De aquella por la que nadie sentía especial afinidad, ni odio, a la idea de la marca-país triunfante. Soy español, ¿a qué quieres que te gane? (...)

 

Pasqual Maragall, citado en un artículo de García Abad sobre el patriotismo constitucional en la revista El Siglo, decía que: Cuando los nacionalistas ganan las elecciones, sacan a la calle las banderas del país; cuando las gana el partido socialista, no hacemos uso de las banderas nacionales, usamos la del partido. Nunca se nos ha ocurrido apropiarnos de algo que consideramos que es de todos. Nos da un enorme pudor. Los nacionalistas no tienen ese pudor, sea cual sea su nacionalismo[3]. En último término, no resultó una cuestión de pudor, sí de estrategia política a largo plazo, una restauración triunfante impulsada por José María Aznar. Una restauración que tuvo un motor poderoso: el de la venganza. Para Aznar y su séquito la derrota electoral de 2004 y todo lo que vino después de ella fueron una intolerable anomalía a corregir. (...)

 

Aunque aparentemente Josep Piqué pretende ser el primer presidente de la Generalitat catalana del PP, desde Aznar hasta el propio aspirante, pasando por todo el Olimpo dirigente de los populares, saben que su candidato real es Artur Mas. El PP quiere que gane Mas pero no por mayoría absoluta, sino por una ventaja que requiera el apoyo de los populares encabezados ahora en Cataluña por un personaje de entidad, que ha tenido tiempo de ser comunista y ministro de Exteriores a las órdenes de Aznar y de Bush, y al que resulta muy difícil de asumir como simple cabeza de la oposición liberal-conservadora en un Parlamento periférico[6]. Si en las elecciones de 2003 se llegó a intuir un pacto entre las derechas nacionalistas española y catalana, que había tenido su correspondencia en el Parlamento central o en ayuntamientos como el de Tarragona, en el invierno de 2005 Piqué mantuvo negociaciones con el ministro socialista Jordi Sevilla para que los populares no entorpecieran el futuro Estatut. El periodista Enric Juliana lo cuenta así en un artículo de título tan descriptivo como «El pacto que lo hubiera cambiado todo» (...).

 

"La aznaridad, el gran proyecto de restauración franquista, continuó en todo el proceso posterior a los atentados, donde El Mundo de Pedro J. Ramírez y La Mañana, de la Cadena Cope, de Federico Jiménez Losantos se apuntaron a las teorías de la conspiración, cada vez más demenciales, ejerciendo no solo de oposición real al presidente Zapatero, sino también al propio Mariano Rajoy, que sabía que sus posturas moderadas, sin una victoria en 2008, le costarían el puesto. Así, la derecha social se encontró en las calles por primera vez en democracia. Algunos con un lejanísimo recuerdo de concentraciones, a mediados de los ochenta, contra la ley del Aborto, bajo el manto, santo hoy, de Teresa de Calcuta. Otros ocultando el recuerdo de las bandas ultras que pretendieron mantener la dictadura a base de cadenazos, tiros y bombas. La década de los dos mil presenció manifestaciones en contra del matrimonio homosexual, en contra de la negociación con ETA e incluso en contra, nunca se supo bien, si del PSOE, la judicatura, la policía o los servicios secretos, a raíz de la conspiranoia en torno al 11M, cuyo único objetivo fue exonerar a Aznar de la desastrosa gestión del atentado." (...). Pero donde el PP de Rajoy puso toda la carne en el asador fue contra el nuevo Estatut catalán, con la excusa de que el término nación aparecía en el preámbulo del mismo, algo que tenía una enorme carga simbólica pero ninguna consecuencia legal. Además de las manifestaciones, recogió cuatro millones de firmas mientras el texto legal seguía su curso. Rajoy podía mandar, como hemos visto, a que Piqué negociara con Sevilla, pero miraba de reojo la guadaña de Esperanza Aguirre, que esperaba ansiosa su oportunidad de continuar el legado aznarista. (...)

 

Daba igual que casos como el de Fórum-Afinsa o la Operación Malaya nos alertaran de que el modelo especulativo-corrupto no podía traer nada bueno para nuestro futuro. Con hipotecas y créditos entregándose como caramelos, la clase trabajadora española pensó que la libertad, la igualdad y la fraternidad eran antiguallas que entregar a cambio de coches de alta gama, casas unifamiliares adosadas y viajes al Caribe en la luna de miel. Un despropósito colectivo donde, además, la ola migratoria de la Latinoamérica azotada en los noventa por el Fondo Monetario Internacional –FMI– hacía los trabajos de servicios peor pagados. Un momento moralmente infame en el que colaboró desde el español más acaudalado hasta el más miserable. Algo que debería pesar en la conciencia nacional mucho más que la bandera o el gol de Iniesta. (...)

 

El motivo de tantos y tan variados sufrimientos que la clase trabajadora española padeció la pasada década: lo que en un momento fue simplemente una forma más de financiación estatal, ni siquiera la principal, en la época neoliberal convirtió al propio Estado, al propio país, en un producto con el que se podía especular, es decir, alterar falsamente el valor de los bonos de deuda para obtener unos ingentes beneficios. Lo peor de todo es que los especuladores ni siquiera llegaron a comprar los bonos, ni siquiera los seguros a futuro por el impago de esos bonos, los credit default swaps –CDS–, sino que tan solo los pidieron prestados, desataron el ataque y pasaron por caja para embolsarse los réditos. La calificación de la deuda es la carnaza que los tiburones financieros esperan para que sus ataques especulativos sean exitosos. Está hecha por empresas teóricamente independientes, aunque hay que señalar de nuevo que el 90 por 100 de este mercado está controlado por tres firmas norteamericanas, Moody’s, Standard & Poor’s y Fitch. ¿Cuáles son los métodos que utilizan para calificar a Estados y empresas? Se desconoce. De hecho, cuatro días antes de la quiebra de Enron en 2001 calificaban a esta empresa como confiable. A Lehman Brothers, el banco de inversión que quebró en 2008, acontecimiento fundacional de la gran crisis financiera, le otorgaron buenas calificaciones hasta el mismo momento de su desplome. (...)

 

José Luis Rodríguez Zapatero representa mejor que nadie el cambio de época, la transición de siglo: un socialdemócrata de sentimiento que abraza en la práctica el socioliberalismo de los Blair y Schroeder; un progresista preocupado por las minorías que parece olvidar que la izquierda siempre ha tenido aspiración a las mayorías; un demócrata convencido que es víctima, propiciatoria, de todo el andamiaje antidemocrático del mundo de las finanzas; un político que confió en que la ideología podía desarrollarse tan solo en el campo de lo simbólico y dejó la economía para una serie de lecciones que aprender en dos tardes, tal como se escuchó, por uno de esos micrófonos traidores, decir al ministro Jordi Sevilla. La economía, algo restringido a las páginas salmón, esoterismo para elegidos, había pasado a serlo todo. Zapatero: el último presidente soberano de nuestro país, el primer presidente en entregar nuestra soberanía. (...)

 

En la sentencia del 28 de junio del año 2010 el Tribunal Constitucional declaró inconstitucionales 14 artículos y dejó otros 27 pendientes de interpretación. Además, declaró sin eficacia jurídica algo que realmente nunca la había tenido, la declaración como nación de Cataluña en el preámbulo del Estatuto. Más allá de las consideraciones jurídicas esto significó un mazazo no ya para el sentimiento nacional de millones de catalanes, sino sobre todo la sensación de que la confianza que habían depositado en una votación y en sus instituciones democráticas había resultado baldía. Los artículos legales siempre se pueden acabar recomponiendo, los pactos políticos reconstruyendo, pero, como nuestra reciente historia ha demostrado, es bastante más difícil restituir la confianza del ciudadano medio en las instituciones. Joan Puigcercós aseguró la misma jornada que la sentencia era una «estocada mortal» al Estatuto y vaticinó el crecimiento del independentismo, ya que una parte significativa de la población «no cabe en la constitución»[23]. No hacía falta entonces ser adivino para intuir que el Partido Popular había regalado a los independentistas una oportunidad de oro (...). En las elecciones catalanas de noviembre CiU volvió a ganar los comicios, los socialistas obtuvieron un pésimo resultado y los populares un resultado histórico. Las quiebras de los consensos siempre favorecen a los extremos. (...)

 

Todo lo que parecía sólido se desvanecía en el aire, la orgía especuladora de la anterior década se convirtió en una monumental resaca para los que apenas habían disfrutado de la barra libre. El público asistía al espectáculo sin entender nada, sin saber cómo aquel país que nos habían presentado brillante y atractivo ocultaba bajo el maquillaje inmundicia y descontrol. Los economistas eran los que menos lo entendían, a pesar del rictus impertérrito, ya que tenían un serio problema: cómo explicar que las recetas que recomendaban a los políticos, que afirmaban rotundos en sus columnas, que declamaban satisfechos en sus conferencias, no es que ya no sirvieran, es que justo habían sido el veneno que nos había arrastrado a aquella crisis. Hicieron lo que hacen siempre, echar la culpa a la mala gestión desde lo público y volver a pedir fuego entre bidones de gasolina. (...)

 

La «primavera valenciana», como fue bautizada en redes sociales, duró algo más de dos semanas, constituyendo el primer incidente social del nuevo Gobierno en apenas un mes y medio de mandato. Desde la distancia puede parecer anecdótico, pero se configuraron los elementos que marcarían la actuación del PP frente a la protesta en los años venideros. En primer lugar, una serie de actuaciones policiales de una contundencia desmedida con gran cantidad de sanciones administrativas e incluso penales para con los manifestantes. En segundo una serie de declaraciones contrapuestas dentro del mismo Gobierno, que solían tener a Rajoy de elemento conciliador, «el país no puede dar esta imagen»[13], y a los ministros de martillo de herejes, como el de Educación, José Ignacio Wert que acusó a la oposición de «ponerse del lado de la protesta violenta e ilegal»[14]. En tercero, como se puede ver en estas últimas declaraciones, el Gobierno popular detectó desde muy pronto la necesidad de criminalizar comunicativamente la protesta para dejar el camino abierto hacia su penalización mediante el retorcimiento de la ley. (...)

 

Muchas más ocasiones de las deseadas, la prensa en España no es que tuviera una línea editorial conservadora, es que directamente pasó a formar parte de un aparato de desinformación que, como en los conflictos armados, consideraba un enemigo a batir a todo aquel que se interpusiera en las políticas del Gobierno, una situación que dejaría tocada la credibilidad del aparato mediático entre el público, indiferentemente de su calidad periodística, y que años después tendría una serie de consecuencias fatales en el ascenso ultraderechista, apoyado en gran parte por toda una estrategia de bulos, mentiras y noticias falsas (...).

 

Una de las ideas fundamentales que este libro pretende transmitir es que la crisis no fue producto de vivir por encima de nuestras posibilidades, sino de un sistema capitalista abandonado a la desregulación que consideró, contando con la ceguera o la connivencia de algunos políticos, que la mejor forma de obtener unos beneficios inmorales era mediante la especulación y no la inversión, sin importar las consecuencias de lo que pudiera suceder. Y las consecuencias fueron que, por ejemplo, esta nota de prensa refería al recorte de 10.000 millones de euros en dos campos tan sensibles como la sanidad y la educación (...).

 

Para entender de nuevo la magnitud de la cifra conviene tener en cuenta que los recortes en el último año de Zapatero, globales, de todo el presupuesto del Estado, se estimaron en unos 15.000 millones de euros. El Gobierno Rajoy, tras arrancar de los presupuestos más de 27.000 millones de euros, lanzó el Plan de Estabilidad y el Programa Nacional de Reformas de España para 2012, para volver a recortar aún más la inversión estatal, aunque fuera a costa de poner en un serio peligro dos de los avances más significativos conseguidos desde 1978, la sanidad y educación públicas. La prima de riesgo seguía subiendo y la semana anterior se situaba ya en 400 puntos, a pesar de todos estos anuncios de rebaja del déficit, como si los sacerdotes que exigían sacrificios se hubieran hecho adictos a los mismos porque supieran que era la mejor forma de, tras anunciar la catástrofe, agigantar su poder. Unos días después, con el Real Decreto 16/2012, del 20 de abril, el sistema nacional de salud pasó de ser universal a contar con asegurados y beneficiarios, con el principal objetivo de excluir a los inmigrantes no regularizados de la atención médica, a costa de poner en riesgo a toda la población: los virus no entienden de nacionalidad, pero las pandemias llevan el apellido del austericidio. Aún faltaban ocho años para llegar a la primavera del 2020. Y de repente el escándalo. En todo este contexto, es decir, con un Gobierno de una radicalidad neoliberal nunca vista, siguiendo presuroso las órdenes de recorte de la UE, Juan Carlos de Borbón, también conocido como el rey, montó un Cristo de los que es difícil olvidar (...).

 

Es fácil imaginar que en aquellos días se sentenció el destino del rey protagonista de la Transición, que nos contó que el país evolucionó hacia la democracia gracias a las decisiones de los grandes hombres como él, pero que en el final de su reinado ya se había convertido en una carga pesadísima por su irresponsabilidad a la hora de desempeñar las tareas asociadas a la jefatura del Estado. Más en un momento tan sumamente conflictivo en el que puso al descubierto, para muchos ciudadanos que aún le tributaban respeto, una vida muy poco edificante. Un rey vale como representación neutra del poder, como un padre que se preocupa por la nación, como un hombre íntegro que mira por el bienestar de los ciudadanos, independientemente del color del Gobierno. Un rey es una conveniente ficción que sirve para salvaguardar el carácter de máquina de clase del Estado. Si el principal protagonista de la función desvela la naturaleza de la misma, no es que carezca ya de utilidad para los grandes poderes económicos del país, es que resulta peligroso para sus intereses. La imagen de la monarquía había caído a cotas nunca conocidas. Un año después, en abril de 2013, los ciudadanos valoraban a la realeza en el CIS con 3,68 puntos sobre 10, una cifra alejada del 7,48 de nota que le daban a mitad de los años noventa. Nunca un tropezón salió tan caro, nunca un tropezón fue tan honrado. (...)

 

La Troika aterriza en España. Se congelan las pensiones, se recorta la prestación de paro, se ajusta la plantilla de sanidad y educación y se aprueban las mayores subidas de impuestos de la historia reciente. La crisis se recrudece»[25]. El día 24 de julio la prima de riesgo española bate récords y se sitúa en 637 puntos, lo que significaba una sangría respecto a los intereses de la deuda soberana que el país tenía que pagar. Hagamos un pequeño receso y recapitulemos cuántas medidas para «calmar a los mercados» se habían tomado desde el inicio de la crisis. Una reforma laboral, unos recortes inéditos y la reforma de la Constitución para incluir en el artículo 135 el pago prioritario de los intereses de la deuda y el techo de gasto, todo esto en el último año y medio de Gobierno Zapatero. En algo más de medio año del nuevo Ejecutivo de Rajoy se habían esquilmado los presupuestos con unos recortes, si no ya inéditos, austericidas, se habían añadido recortes suplementarios a partidas como sanidad y educación, se estaba preparando una nueva reforma laboral y, por si no fuera suficiente, se había reformado por completo el sistema bancario español inyectando en el mismo miles de millones de euros e incluso nacionalizando la cuarta entidad del país. Para terminar la jugada, en el más difícil todavía, la Troika había tomado cartas en el asunto en algo que se llamó rescate, o línea de crédito en condiciones ventajosas, lo que significó la suspensión de parte de nuestra soberanía para ponerla en manos de estos organismos internacionales, lo que implicaba más recortes y más reformas. ¿Y cuál fue la respuesta del mercado después de estos dos años de maremoto económico? Otra vuelta de tuerca. Que el sistema bancario español tenía graves dificultades tras los años de especulación con el suelo era cierto; que el dúo formado por los gigantescos bancos de inversión y las agencias de calificación desangró al margen de lo que sucedía en la economía real a los países de la periferia europea, también. (...)

 

Que, como estamos viendo a lo largo de este libro, España entró en una espiral entre las consecuencias de la crisis del ladrillo y los ataques especulativos a su deuda pública es cierto; que la derecha aprovechó este panorama para sacar el hacha y ponerse a destruir los avances en materia social de tres décadas, no menos. (...)

 

2012 no fue un año revolucionario, ni siquiera prerrevolucionario, pero sentó las bases de un profundo malestar que iba mucho más allá de la indignación y estupefacción de 2011. Una minoría creciente ya no se quería conformar con cambiar algunas cosas, sino que, ante los ataques a los derechos sociales y a la propia idea de democracia, lo quería cambiar todo. Hoy podemos asumir que no se sabía bien ni cómo cambiarlo, ni quién protagonizaría ese cambio, ni hacia dónde debía dirigirse. Lo que no podemos asumir es que todo aquello nunca ocurrió. Los 6 millones de parados con los que acabó aquel 2012 eran razón suficiente para que ningún mito, ninguna precaución, ninguna perspectiva, nos fuera a robar la esperanza por nuestro futuro. (...)

 

El PP había vuelto al Gobierno un año antes y había puesto al país en pie de guerra con sus recortes. En el mejor de los casos, sus votantes asumían que Rajoy no podía hacer otra cosa, en el peor, sus detractores, que era un alumno dispuesto y aventajado de la Troika. Si algo había provocado tal conflicto social es que casos de corrupción como Gürtel, que señalaba a la línea de flotación de los populares, habían pasado a un segundo plano. En un mes, en el segundo año de Gobierno Rajoy, no solo todas las miradas volvieron a posarse sobre las tramas, sino que parecía extremadamente complicado que los dirigentes del PP y su propio partido se pudieran librar esta vez de la acción de la justicia, es más, que pudieran llegar a unas nuevas elecciones antes de dimitir e incluso, de presentarse, que tuvieran opciones de ganarlas. Pues bien, Rajoy y su partido, a pesar de ser como Bill tras el golpe de los cinco puntos, un dead man walking, consiguieron sobrevivir a dos elecciones en otros cinco años. Una de las razones fue el embrollo que suponía seguir la información dosificada en filtraciones, lo que complicaba saber qué era lo que estaba sucediendo, a quién afectaba y cuán grave era. No hay que obviar que la fidelidad del votante derechista soporta carros y carretas, como tampoco que el PP tuvo poderosas razones de su parte. En cualquier otro momento, en cualquier otro país, el Gobierno no hubiera resistido ni quince días. (...)

 

De 2001 a 2012, el PP adjudicó mediante dinero público más de 12.000 millones de euros en contratos a las empresas implicadas en la trama. Algo que se olvida, no casualmente, es que en toda esta operación existía una parte interesada que correspondía en su mayor parte con constructoras y gestores de infraestructuras. No se trata, ni mucho menos, de exonerar a la parte política, indispensable para que el desmesurado chiringuito funcionara, sino de hacer ver que la corrupción era la forma en la que el capitalismo operaba en España. Las grandes empresas chupaban del dinero de todos para obtener beneficios astronómicos, algo que tuvo que ver en gran parte con la especial virulencia de la crisis en España. Los expertos y economistas televisivos, tan dispuestos siempre a lanzar ataques neoliberales contra los servicios públicos, olvidan continuamente que sin la corrupción del dinero de todos muy pocas de las grandes empresas nacionales serían hoy lo que son. (...)

 

Aunque Baltasar Garzón, según la sentencia, vulneró el derecho a la defensa, pasó a formar parte de una constante que marcó el caso Gürtel: quien se acercaba demasiado al epicentro de la corrupción acababa con graves problemas. Aunque esta es una mera especulación, no es de extrañar que Ruz, el continuador de la labor de instrucción en esta trama, se anduviera con pies de plomo en todo lo relacionado con la correa que nutría de sobornos al PP y de obras faraónicas a los principales constructores del país. La justicia debe ser escrupulosa con sus procedimientos para garantizar que las causas se juzgan de una forma justa. A menudo es especialmente escrupulosa con las causas que implican a señores con mucho poder o mucho dinero. El registro de la sede popular de Génova llegó un jueves 19 de diciembre de 2013 a las nueve de la noche, casi un año después de que la información sobre la caja B del PP y los papeles de Bárcenas hubiera estallado. Ruz pudo ordenarla para recabar información sobre una reforma de la sede del PP que era susceptible de haber sido realizada con dinero en negro. Evidentemente, a esas alturas de la película, poco quedaba de la información que Bárcenas tenía en su despacho. (...) era muy difícil que las palabras de Rajoy contaran con ningún crédito por los propios sms, especialmente en el que se leía: «Luis. Lo entiendo. Sé fuerte. Mañana te llamaré. Un abrazo», que fue mandado el 18 de enero, dos días después de conocerse la primera cuenta en Suiza de Bárcenas. De este mensaje no se desprende enfado, estupefacción o siquiera una necesidad de distanciarse de su interlocutor, sino complicidad, nunca mejor dicho, y un esfuerzo del presidente por calmar al tesorero, como si las revelaciones que quedaran pendientes fueran a complicar al partido y a su persona. (...)

 

Si no vivieron aquello como adultos, si no lo recuerdan, cierren los ojos e intenten contraponer emocionalmente estas desastrosas cifras al grueso de este capítulo, la corrupción. Si en 2011 existió la indignación, en 2012 la lucha, en 2013 se estaba empezando a mascar la rabia. Una rabia que en su mayor parte seguía carente de forma. El sumatorio de la crisis económica, la quiebra social, el descrédito de los grandes partidos y el río desbordado de la corrupción eran tres condiciones para que, en este país, en 2013, se hubiera vivido una situación prerrevolucionaria, al menos como la que sucedió en la etapa final del franquismo y la primera Transición. Pero aquello no sucedió y la protesta, aunque había movilizado a grandes capas de la sociedad, no acabó nunca de dar el salto hacia pretensiones mayores, como al menos un movimiento constituyente que cambiara los pilares de 1978. Las razones evidentemente son muchas, pero la principal hay que buscarla en la resaca ideológica y material de la década anterior a la crisis. España había cambiado su tejido productivo y ya no era un país eminentemente agrario e industrial, los sindicatos habían ido perdiendo fuerza, la clase trabajadora a sus batallones pesados y se cuestionaba a la propia izquierda como eje ideológico aglutinador desde los nuevos movimientos sociales. Pero sobre todo la clase media aspiracional, esa identidad que había venido a llenar el hueco del ascensor social estropeado, hacía pensar a millones de personas de clase trabajadora que habían sido lo que nunca fueron, crédito mediante. La rabia tuvo una naturaleza mucho más nostálgica que propositiva. No se buscaba ir a ninguna parte, tan solo se manifestaba un rencor impotente por lo que se había perdido. Cuando más necesitábamos a la ideología, más vaporosa se había vuelto. Cuando más necesitábamos a las organizaciones de izquierda, más débiles estaban. Cuando más nos necesitamos a nosotros mismos, había dejado de existir un nosotros. (...)

 

Toda esta articulación era y es un torpedo a la línea de flotación de la izquierda, la ideología que organiza y da capacidad, sujeto político, a la clase trabajadora. En primer lugar, porque sustituye igualdad por diversidad o más concretamente porque da apariencia de diferencia a las desigualdades sociales que provoca el capitalismo, que no hace falta recordar en este momento se tornaron flagrantes. A continuación, una vez que ya tenemos a la diversidad no como fenómeno social natural, sino como mito cultural neoliberal, pasamos a eliminar el concepto de clase, es decir, la relación que mantienen las personas con el sistema de producción y que las incluyen en grandes colectividades con necesidades contrapuestas. Puede que si ustedes leen proletariado y burguesía piensen que se trata de términos trasnochados, no menos que si leen lucha de clases, que además parece tener consecuencias indeseables y violentas. Bien, si lo piensan detenidamente, toda esta historia que vamos recorriendo no es más que una notoria lucha de clases, donde los propietarios de los medios de producción, bien de mercancías, bien de dinero –finanzas–, hacen valer sus intereses sobre los de la gran mayoría que pertenece a la clase trabajadora, es decir, que no poseen ninguno de estos medios de producción y solo tienen su fuerza de trabajo que venden en condiciones muy desfavorables (...).

 

Que nos hayamos detenido tanto en algo que fue intrascendente a nivel social en España como el Partido X, al que solo recordamos por la burbuja de las redes y cierto periodismo que estaba deseoso de dar espacio a todo lo que tenía el aroma del 15M, no es tan solo por la peculiaridad de estos activistas con camisas de algodón ecológico y espíritu de empresario «punto com», sino porque este aparataje tuvo importancia para entender episodios posteriores de toda esta historia. El Partido X fue un fracaso que se saldó con apenas cien mil votos en las elecciones europeas del siguiente año, 2014, pero sus ideas, esa mezcla de mitificación del procomún, procedimentalismo, tecnofetichismo y un neoliberalismo latente, anticiparon tendencias que se darían en movimientos políticos y sociales progresistas. Más allá de propuestas bizarras, el mundo –real– de la política se iba nutriendo de nuevos canteranos de indudable talento. Alberto Garzón, el joven diputado de Izquierda Unida que había sido elegido por Málaga en 2011, había tomado cada vez más protagonismo en la vida política del país. (...)

 

Ese año se incorporó una nueva palabra a nuestro vocabulario, procedía de Argentina y denominaba a un tipo de protesta que los activistas por la vivienda adaptaron con gran éxito a nuestro país: se trataba del escrache. El escrache consiste en que un grupo numeroso de personas manifiesten su descontento directamente a quien consideran responsable del problema que les atañe. En vez de hacerlo en una marcha o una concentración, llevan su protesta a las puertas de la casa del interfecto o incluso le siguen por la calle sin utilizar la violencia. Este nuevo tipo de acción tuvo unos efectos demoledores que, como era de esperar, sacaron de la tumba esa expresión en euskera llamada kale borroka. Los escraches eran inquietantes porque ponían en la picota a un individuo concreto, generalmente un político con altas responsabilidades, y transformaban lo que había sido un enfado abstracto –es muy difícil odiar a algo llamado Goldman Sachs– en algo concreto con cara, apellidos y corporeidad. A su vez, tampoco lo obviemos, era una forma de presión directa contra los políticos que comprobaban que sus acciones de Gobierno podían acarrearles problemas directos y personales. En este caso la iniciativa surgió de la PAH contra los parlamentarios del PP que se mostraron contrarios a una iniciativa legislativa popular, avalada con casi un millón y medio de firmas, donde la plataforma proponía la dación en pago, es decir, que los propietarios de un inmueble hipotecado, al verse incapacitados para hacer frente a sus deudas, pudieran entregar el piso al banco sin tener que seguir haciendo frente al dinero prestado, algo que por otro lado ya propuso IU en sede parlamentaria en 2011. Lo trágico es que, en multitud de casos, además de haber perdido su piso tras un desahucio, muchos ciudadanos tenían que seguir haciendo frente a las letras de su hipoteca, impagadas en la mayoría de situaciones por haberse quedado sin trabajo. Ya en 2020, aquel «jarabe democrático», como denominó Iglesias a los escraches, cambió de signo y fue protagonizado por ultraderechistas frente a la vivienda de diferentes miembros del Gobierno, incluido especialmente el propio líder de Podemos. Las motivaciones eran muy diferentes, el empuje ético tras el conflicto también (...).

 

La LOMCE traía asociados, de nuevo, unos recortes extraordinarios que se valoraban en 10.000 millones de euros, un punto del PIB, en la previsión que el Gobierno mandó a la UE para el periodo 2010-2015. Además, proponía unos nuevos exámenes externos a modo de reválida al finalizar la ESO y el Bachillerato, medida que se justificó desde los inspiradores de la ley como una manera de evaluar mejor los resultados del sistema de enseñanza y desde la comunidad educativa como una manera de poner más trabas a que los alumnos accedieran a la enseñanza superior. Se tenía en cuenta la asignatura de religión para la obtención de becas que, por otro lado, endurecían sus requisitos y su cuantía, se reducían los fondos para los programas de horas de refuerzo y alumnos con dificultades. Los profesores descendieron en la escuela pública en una alarmante cifra de más de 22.000 profesores y 3.000 en la universidad. El 60 por 100 de los beneficiarios, más de medio millón de alumnos, perdieron las ayudas para libros de texto, y los recortes para el comedor, en un momento de extrema carestía de las familias, se redujeron entre un 30 y un 50 por 100 (...).

 

PODEMOS

 

Precisamente, el no ser objetivamente un partido, permitió que Podemos creciera exponencialmente ya que cualquiera podía formar una asamblea afín, llamada círculo, y asociarse simbólicamente a la organización. Surgieron así círculos por todo el territorio de simpatizantes que no pagaban una cuota pero que colaboraban económicamente cuando se necesitaba. Podemos comenzó a financiarse de forma ajena a los bancos, algo que era un golpe para una IU que ya había sido relacionada con Bankia en Madrid. Toda aquella afluencia de jóvenes, jubilados, activistas, antiguos afiliados del PSOE, antiguos militantes de todas las organizaciones, partidos y sectas de izquierda que han existido en España, resultaba en un caos notable, pero era algo que en el fondo daba igual. Aunque aquello daba aspecto de ser enormemente horizontal, aunque el debate era permanente en los círculos y los espacios digitales creados por la organización –el ágora digital llamado Plaza Podemos–, las decisiones esenciales, como en cualquier partido, se tomaban por parte de la dirección. Y lo que se quería en aquellos cuatro meses era extender una marca y crear impacto. Enamorar más que construir en un tiempo tan breve, o, como dijo Monedero un par de semanas después de la presentación, «si quieres construir un barco, no hay que empezar por reclutar tripulación, cortar maderas y poner velas, sino que hay que crear en la gente anhelo de mar (...)

 

Leyendo los discursos recogidos en estas páginas y las declaraciones que sus líderes realizaban en cualquier entrevista, resulta extraño entender cómo desde la izquierda se acusaba a Podemos de ser un partido excesivamente moderado: el sistema financiero, las medidas de austeridad y los problemas sociales eran el objetivo de sus críticas. Extraño a no ser que asumamos que uno de los males de la izquierda es el «identitarismo», de la misma forma que para cualquier grupo catalogado como posmo. En nuestro siglo no importa tanto lo que se hace que lo que se es o, mejor dicho, se dice ser. Bien es cierto que el «no somos ni de derechas ni de izquierdas» o el propio concepto de casta, es decir, entender a los políticos como una clase social en sí misma, habían sido monedas retóricas en la indignación, pero también divisas del ultraderechismo en España. La maniobra era audaz, pero también notablemente arriesgada, no porque nadie pensara que bajo podemos se ocultaba un grupo secreto de falangistas-situacionistas, sino porque la pedagogía política que millones de personas recibieron abría la puerta a la entrada de monstruos que en 2014 nadie podía imaginar ya vivos. (...)

 

La historia nos brinda coincidencias como poco reseñables. En el año en que Podemos empezó a ser el resultado en forma de partido del descontento con la crisis y el sistema político, una de las figuras históricas de ese sistema iniciado en 1978 falleció el 24 de marzo de 2014. Adolfo Suárez, el primer presidente de nuestra última etapa democrática, fue despedido por miles de personas en una capilla ardiente en el Congreso de los Diputados, en su mayoría aquellos que por edad vivieron en su juventud la Transición. Muchos sin duda eran de derechas, muchos otros también de izquierdas. Aunque Suárez se acercó al PP a mediados de los noventa, seguía siendo una figura respetada para muchos que no sintonizaban con los conservadores. Esto, aunque entonces no se percibiera aún, indicaba que había una importante capa de población que, aun siendo progresista, se sentía ofendida por la desacralización de la Transición y las apelaciones al Régimen del 78. Lo que para algunos, los que teníamos treinta años por entonces, significaba un fraude político, para otros, la anterior generación, había sido un esfuerzo que condujo a una etapa de prosperidad y tranquilidad. Ambas cosas eran, de hecho, más o menos ciertas. Lo que se atacaba ahora era el relato parcial de la Transición, donde, según nos habían contado, la democracia vino por el buen tino de los grandes hombres, sobre todo Juan Carlos I y Adolfo Suárez. Se eliminaba así uno de los factores definitivos del proceso: la movilización de la clase obrera que obligó a quienes mandaban a sacrificar parte de sus privilegios para evitar males mayores. (...)

 

Después de haber permitido tras 1945 a la dictadura franquista, pesando más la Guerra Fría que la democracia, el bloque occidental necesitaba una España asimilable a cualquier país de su entorno para finalizar la construcción europea. El relato de la Transición, además, tapó la memoria de la Segunda República y la violencia ultraderechista del periodo reduciéndola al asesinato de los abogados de Atocha. Pero, sobre todo, lo que se criticaba era que 1978 tenía en su configuración todo lo que explotó en los años que nos ocupan, desde la relación entre el poder político y económico, llamada corrupción, hasta un sistema bipartidista que dejaba muy poco espacio a otras opciones. Todo esto podía ser cierto, pero a nadie le gusta que le lancen a la cara que en lo que ha creído toda su vida resulta un fraude. Además, aunque el relato crítico corregía al oficial en muchos puntos ciertos, olvidaba un hecho esencial: quizá todo el mundo era consciente de la componenda que significaba la Transición pero después de cuarenta años de dictadura nadie quería vivir episodios convulsos. Toda generación tiene derecho a matar metafóricamente a la que le precede. Toda generación tiene derecho a defender lo que conquistó para sus hijos con enormes sacrificios. (...)

 

Si 2010 fue el año de la economía, 2011 fue el año de la indignación, 2012 el de la protesta y 2013 el de la corrupción, 2014 fue el año que pensamos peligrosamente. Como si tras una cruenta y prolongada batalla nadie hubiera obtenido la victoria y los ejércitos se tomaran un respiro para reorganizarse y soñar con lo que se podía alcanzar. Esto es en parte cierto, no porque hubiera dos Estados mayores que se hubieran reunido para acordar un armisticio, sino porque 2014 ya era el sexto año de la crisis, donde técnicamente se empezó a salir de la recesión, pero donde todas las consecuencias, económicas, políticas y sociales seguían siendo las mismas o peores por acumulación. La mezcla de cansancio y rabia era lo que mandaba en muchos ciudadanos. Y quizá una cierta esperanza que había surgido con Podemos. ¿Fue Podemos culpable del fin de las movilizaciones? Atendiendo a 2014 ni mucho menos. Viéndolo en perspectiva este fue el último año donde la calle tuvo protagonismo, sobre todo en la primera mitad del año. La respuesta probable a la pregunta es que las movilizaciones hubieran ido decayendo con o sin Podemos, es imposible mantener la tensión que requiere la protesta por tanto tiempo. Además, la perspectiva que da lo ideológico solo estaba presente en una minoría (...).

 

La mayoría de ciudadanos que habían tomado las calles en los tres años anteriores necesitaban que aquel esfuerzo se concretara en algo más que la perspectiva difusa de un proceso constituyente. Votar a un partido era lo que habían hecho toda la vida, y ahora surgía una nueva opción electoral vinculada a todos aquellos conflictos. (...)

 

El feminismo en España, aunque había contado con una potencia notable en los ochenta, había pasado como otras luchas asociadas a la izquierda en España, poco a poco, a institucionalizarse o radicalizarse en los márgenes, en todo caso a perder potencia de movilización y de marcar la agenda. (..)

 

La forma en que el capitalismo funcionaba en España era justo esta. No se pensaba en inversiones a largo plazo, en adaptarse a nuevos mercados y tecnologías, en fortalecer nuestros servicios públicos para ahorrar cuando vinieran mal dadas, sino en el dinero fácil y rápido. Si no tenemos en cuenta que el país acabó en la ruina por la gigantesca burbuja inmobiliaria, aquello funcionaba como negocio: España, para algunos, era una fiesta. La gran mayoría de los condenados habían sido refrendados en las urnas con mayorías absolutas. Y eso, que en la política local se podía atribuir a las redes de influencia, no tenía parangón en escalas autonómicas y nacionales. Hubo muchos corruptos, pero muchísimos más ciudadanos, millones, que no solo transigieron, sino que parecían aplaudir la corrupción. Y esto no debe olvidarse como una gran mancha compartida de la ética nacional. La cuestión es si, en el fondo, el mecanismo con el que un concejal de un pequeño pueblo robaba era muy diferente de la gran estafa con la que los bancos de inversión norteamericanos saquearon nuestra deuda pública (...).

 

nadie hubiera admitido por aquellas fechas, muchos ni siquiera hoy, que aquel cambio fue mucho menos patente que el que se produjo en las primeras elecciones municipales, las de 1979. Muchos ediles del PSOE y el PCE tomaron el mando, directamente, de policías que unos años antes no hubieran tenido problemas en descerrajarles un tiro frente a un paredón, por resumir el contexto. Aquel 24 de mayo de 2015 fue celebrado generacionalmente como la madurez política, pero también, por eso mismo, fue la primera vez en la que muchos se toparon con la prosaica aspereza de la política real. A partir de ese momento habría que manejar presupuestos, legislar pero también obedecer leyes, tratar con la administración pública, intentar solventar problemas vecinales que llevaban ahí décadas, construir y derribar, cumplir protocolos, ajustarse al sopor del pleno. Y todo aquello era tan ideológico como construir narrativas, teorizar, organizar asambleas o manifestarse, pero increíblemente más difícil. (...)

 

Si ya en las elecciones andaluzas de 2015, Ciudadanos fue la llave para que Susana Díaz revalidara su mandato, en las madrileñas lo fue para que Cristina Cifuentes, una prometedora política del PP que había saltado a la arena pública como delegada del Gobierno en los peores momentos de las protestas, consiguiera conformar Ejecutivo. Ciudadanos era el Podemos de derechas que Josep Oliu, presidente del Banco Sabadell, había pedido[21] en verano de 2014, la opción renovadora que venía a apuntalar lo que por sí mismo no se sostenía. Nadie con un mínimo de vista se podía llevar a engaños en aquel momento, ni nadie pudo equivocarse después, por muchos llamamientos que el partido de Rivera hiciera a la regeneración. Pedro J. Ramírez ya aportó en su columna previa a las elecciones europeas por dónde podían ir las cosas. Si el Partido Popular se hundía entre tramas y recortes había que diversificar las simpatías, además, aquella obsesión con el bipartidismo, no con las causas y consecuencias del mismo, se adaptaba con fluidez al objetivo del cambio continuista (...).

 

La derrota griega no fue solo suya o del sur de Europa, fue una derrota generacional que solo unos pocos supieron ver en aquel momento. En enero de 2019, Jean-Claude Juncker, presidente de la Comisión Europea, afirmó ante el Europarlamento: Éramos varios los que pensábamos que Europa tenía músculo suficiente para resistir sin la influencia del FMI […] Si California entra en dificultades, Estados Unidos no se dirige al FMI. Tendríamos que haber hecho lo mismo […] He lamentado la falta de solidaridad. No fuimos suficientemente solidarios con Grecia. Insultamos a Grecia[28]. No fue una cuestión de solidaridad, no en último término. Sí de impedir que un pueblo soberano contradijera unas medidas económicas que no estaban destinadas a salvar a ningún país, sino a dejar a salvo a los bancos alemanes y a la moneda única. (...)

 

El nuevo actor se llamará crisis de régimen político, es decir, la incapacidad de la institucionalidad por adaptarse al nuevo periodo y, sobre todo, los esfuerzos denodados, a toda costa y cayera quien cayera, por evitar que Podemos llegara al Palacio de la Moncloa. (...)

 

Lo interesante de estas jornadas fue ver cómo Ciudadanos era una herramienta de promiscuidad posmoderna, capaz de quedar bien en un posible foro al lado de Rajoy como de Sánchez. Puede que el lector menos versado en las artes del engaño denomine a este fenómeno «centro político», sin saber que eso llamado «centro» es una isla evanescente que solo existe en función del desplazamiento de los contrarios. Ciudadanos era y es un partido neoliberal y netamente de derechas, quizá no conservador en temas como los derechos LGTB o el aborto, pero sin duda producto de un momento donde pese a que el capitalismo había enfrentado una crisis inédita en ochenta años, producida en gran medida por la desregulación neoliberal, este mismo esquema de economía especulativa y recorte de derechos laborales y sociales seguía siendo el sentido dominante en la política. No es que Ciudadanos hubiera ocupado una posición permanente e inmutable llamada «centro», es que la derecha se había radicalizado tanto que había conseguido arrastrar a ese punto medio muchos grados a estribor. (...)

 

JAQUE PASTOR: AUGE Y CAÍDA DEL ERREJONISMO

 

No es exagerado decir que en estos meses el sector de Iglesias era un extraño en su propio partido, teniendo que improvisar una estructura paralela ya que la organización y recursos del grupo parlamentario y del partido estaban manejados casi en su totalidad por el sector errejonista, ya incómodo y disgustado por considerar la investidura fallida de Sánchez una oportunidad perdida. Unos meses después, el periodista Enric Juliana nos contaba, en un artículo titulado «Conspiraciones de Enero», la operación «jaque Pastor»: En enero del 2016, cuando Podemos debatía qué hacer ante la candidatura del socialista Pedro Sánchez a la investidura, el entorno de Pablo Iglesias detectó unos mensajes de Telegram del secretario de organización Sergio Pascual en los que se hablaba de la «operación jaque pastor». Tiraron del hilo y llegaron a la conclusión de que Pascual estaba moviendo piezas para provocar un cambio en la dirección del partido en la Comunidad de Madrid. Sin el apoyo de Madrid, Iglesias podía ser hombre muerto en el futuro congreso de Podemos. Mate pastor. Un jaque en cuatro movimientos al principio de la partida, cuya rapidez fascina a los principiantes y cuyo éxito requiere un adversario confiado. (...)

 

La izquierda culpó de forma bastante mecánica a Errejón por una campaña que se consideró poco agresiva para el momento que vivía el país, tanto que Iglesias, que había sido el héroe del anterior debate con un minuto de oro tan efectivo como efectista, en estas elecciones acudió al debate con una postura más centrada en no asustar a los votantes del PSOE que en agradar a los propios. El errejonismo respondió con la mítica transversalidad, acusando soslayadamente a Iglesias e IU de haber hecho virar su imagen a una posición de izquierda tradicional. Probablemente ambos tenían algo de razón, probablemente muchos votantes acérrimos de IU no habían olvidado las afrentas de Podemos del año anterior, probablemente hubo gente que se quedó en casa porque, al margen de campañas y posiciones ideológicas, no habían comprendido por qué se habían llegado a unas segundas elecciones. Lo de cambiar el Régimen era un objetivo que había movilizado a muchos, sobre todo jóvenes. Otros tantos, de más edad, antiguos votantes del PSOE, tan solo querían ver fuera a Rajoy de La Moncloa y a Iglesias en un Gobierno junto a Sánchez. En todo caso, que lo primero que se buscaran fueran culpables para una decepción por unos tremendos 71 diputados reflejaba tanto el carácter emocional de la nueva política, como las guerras internas que ya habían empezado y que se dejaron en armisticio mientras duraba la campaña. (...)

 

NO ES NO: LA ÚNICA AUTORIDAD DEL PSOE.

 

Medios progresistas y conservadores formaron una línea irreductible que ejerció una presión constante sobre el líder socialista culpándolo de abocar al país a unas terceras elecciones. Bajo el mismo criterio se podía haber acusado a Rajoy de ser incapaz de buscar el entendimiento necesario con el PNV, con el que el PP ya había trazado alianzas parlamentarias en los noventa, ni era tan descabellado ni tan difícil. Pero había un problema mayor y era que nadie quería ver, o, mejor dicho, nadie deseaba que la mayoría viera, que el bloqueo a lo único que respondía es que había un tercer partido al que nadie hacía caso, que representaba a unos cuantos millones de electores hartos e indignados con los derroteros que llevaba el país, posiblemente tanto como los propios votantes socialistas. Pedir a Sánchez que se abstuviera, cuando Rajoy lo tenía relativamente fácil esta vez, era poner su cuello bajo la guillotina y, quizá, esto era lo que se estaba buscando en último término. Busquen a ver cuántos editoriales del momento hay acusando al PNV de falta de visión de Estado. No existen porque la intención era una bien diferente. (...)

 

El PSOE formalizó en aquel sábado 1 de octubre uno de los episodios de mayor contenido político de esta historia, no por las escenas tremendistas de su debate interno, sino porque mostró la doble naturaleza de cualquier partido socialdemócrata en una democracia liberal, de un lado el deberse a sus votantes, en este caso gran parte de la clase trabajadora española, pero de otro ser el sostén de la institucionalidad política del Estado, justo además en un momento en que su otra pata, el PP, estaba con una herida sangrante porque todo el mundo sabía ya que las sentencias judiciales que se aproximaban serían desastrosas para Rajoy. (...)

 

Muchos votantes tradicionales socialistas quedaron aquel día conmocionados, viendo cómo su partido, ese que les hizo soñar con un país más justo en 1982 tras cuarenta años de dictadura, se inmolaba para salvar la cara, en primer término, a una banda de derechistas corruptos y, en el fondo, a todo el IBEX 35 que temía, por encima de todo, que Podemos pudiera alcanzar el Gobierno del país. Lo más desconcertante de todo esto es que el PSOE, junto a los que tracen pactos con él, nunca podrá saber cuál de las dos caras sacará a relucir, ni cuándo será la siguiente ocasión en el que se le llame al orden o de un golpe en la mesa que le libre de sus ataduras. Aquel día, y en esto nunca se ha insistido lo suficiente, estuvo a punto de ocurrir también ese cataclismo. Sánchez dimitió de todos sus cargos y el PSOE quedó en manos de una gestora. (...)

 

Sesenta mil setecientos dieciocho millones de euros, por si no les vale con el número que dispongan también de la cifra en letra. El informe contabilizaba los recursos públicos destinados a la fusión y reestructuración del sistema bancario español de 2009 a 2015. Si la cifra directa era mareante, este organismo cifró en un total de 122.122 millones de euros el total de recursos que el Estado tenía comprometidos con la banca. El SAREB, eso que se empezó a llamar desde su creación «banco malo», la entidad encargada de absorber todos los activos tóxicos del ladrillo, no se liquidará hasta el 2029, por lo que no podremos saber con seguridad cuánto dinero público se perdió en el rescate bancario. Aunque desde el Gobierno del PP se insistió en que esta operación no iba a tener costes para las arcas públicas, por el proceso de venta de las entidades nacionalizadas y saneadas, lo cierto es que el Tribunal de Cuentas cifró que se podían perder 41.786 millones de euros. Si lo piensan es casi cómico que alguien pierda tal cantidad de dinero, como si se hubiera olvidado una bolsa de Galerías Preciados en la parada del autobús. Deja de ser cómico cuando nos damos cuenta que esa ingente cantidad de dinero era de todos y que tuvimos que machacar nuestro sistema sanitario y educativo para pagar la broma. A los pobres no nos alcanza la risa ni en el absurdo. (...)

 

Todo resultaba incómodo, hasta el permanente movimiento del personaje sobre la silla, colocado a la derecha de los jueces, en un escritorio marrón claro de un estudiante al que sus padres han pillado sin hacer los deberes. Fue el enésimo número de Rajoy, ese que se le daba tan bien interpretar ante las dificultades, el de ser un hombre que pasaba por allí, sin enterarse demasiado de lo que sucedía, y tirando de retranca para el beneplácito de su parroquia. Fue un día triste para la democracia española, otro más, provocado por la infame fosa séptica de la corrupción. (...)

 

EL KAFKIANO PROCÉS

 

La intervención de los Jordis fue tan contraria a la violencia y positiva en términos del desarrollo con un cierto orden de la concentración como tácticamente necesaria para el independentismo, que necesitaba de activistas sociales de reconocido prestigio en Cataluña ya que no podía subir a un político al techo de un coche con un megáfono. Por otro lado, quien ordenó la actuación judicial, no solo quien la firmó, era previamente consciente que con el clima que se vivía en Cataluña y con la propia naturaleza de su acción, registrar consejerías y detener a altos cargos, las movilizaciones iban a ser masivas e inevitables. Es decir, a ambos contendientes les interesaba lo sucedido. A veces en política, cuando lo que se decide es apostar por el choque de trenes, no hay mayor problema en echar más carbón a la caldera de las máquinas. (...)

 

En Cataluña, ese día, no hubo más porrazos que los que los manifestantes del 15M recibieron de los Mossos, siguiendo órdenes de CiU, en verano de 2011; no hubo más detenciones que las que habían sufrido los sindicalistas a lo largo de estas páginas; no hubo más represión que la que cientos de colectivos habían sufrido en toda esta convulsa década, pero, probablemente, el hecho de que todo aquello sucediera en las inmediaciones de algo tan querido como un colegio y quien recibiera los golpes fueran votantes, la personalidad que toma el ciudadano cuando deposita su aspiración y esperanza en una urna, hizo de aquella jornada algo de una oscuridad espantosa. Se produjeron incidentes que a punto estuvieron de ser violentos entre los Mossos, que observaban la situación, y la propia Policía Nacional y Guardia Civil, en unos instantes que nos describen como un cuerpo había hecho dejación de sus funciones mientras que otros estaban siendo utilizados para resolver a hostias un problema que era fundamentalmente político pero que ambos nacionalismos, el español y el catalán, no tuvieron a bien reconducir. (...)

 

Lo que sucedía en Cataluña no se había fraguado en aquellos días, ni siquiera en aquel año, sino tras una década larga que comenzó por la aprobación truncada del nuevo Estatuto de Cataluña en 2006, origen del despropósito, por la mezquindad de un Partido Popular que entendió un momento tan sustancial para la estabilidad del país como una herramienta más para desgastar al Gobierno de Zapatero. Que una opción como el independentismo, que había sido minoritaria en Cataluña, pasara en pocos años a seducir a la mitad de sus ciudadanos, fue también una maniobra bien ejecutada de la derecha catalana que encontró en el soberanismo una forma de atenuar sus políticas antisociales en la crisis y los casos de corrupción así mantener su poder en Cataluña. (...)

 

Como explicamos en el capítulo 0 de esta historia, Aznar y quienes representaba, no perdonaron nunca su derrota electoral de 2004, considerando a Zapatero una anormalidad histórica, e incluso al propio Rajoy que le sucedió. De forma gradual iniciaron la reconstrucción de la derecha en términos simbólicos para retomar el poder, no solo el del Gobierno, sino el de la hegemonía ideológica en España. El revisionismo histórico, la violencia verbal de los radio-predicadores, los grupos conspiranoicos del 11M, el «TDT party» y el ataque al Estatut de 2006 fueron sus primeras armas. También la importación de las guerras culturales a España, el nacionalismo camuflado en deporte y lo políticamente incorrecto como trampa para hacer pasar lo conservador por rebelde. (...) carecían de control sobre el PP, parte del IBEX los miraba con la desconfianza de quien solo quiere tranquilidad para sus negocios y estaban marcador por el indeleble olor de lo facha. Así fue hasta que los sucesos de 2017 en Cataluña les dieron la excusa perfecta para hacer pasar su modelo regresivo de España por toda la España posible y, aquella bandera, primero condenada a lo institucional, después rescatada con el «soy español, a qué quieres que te gane», fue de nuevo la enseña de la unidad nacional, de una unidad bajo la bota de los designios de la derecha más radical. Sus acólitos, que durante años habían leído libros que les contaban que Franco no fue tan malo, que veían Intereconomía y mascaban su odio en la soledad del sillón orejero, se vieron de repente colgando la bandera del balcón y en la calle, rodeados de otros muchos como ellos, experimentando la fuerza imparable que da sentirse parte de una comunidad política, reconocer al vecino, guiñar el ojo al tipo que te vende el pan y que desconocías que era de los tuyos. Mucha gente ajena a este segmento social participó en las protestas que se sucedieron aquel otoño contra la independencia de Cataluña, pero daba igual, los que llevaban la voz cantante eran ellos, un plural que se identificaba a ratos con la rama más dura del PP, con un Ciudadanos que dejó a un lado toda la arquitectura de clase media aspiracional para calzarse las botas de comando y con una pléyade de nuevos y viejos partidos ultraderechistas que pululaban en aquellos akelarres. (...)

 

Parte de la izquierda, a la cual me sumé en su momento, creyó ver en la independencia de Cataluña el último clavo en el ataúd del llamado Régimen del 78, cuando no fue más que el electroshock que lo devolvió a la vida y que, además, trajo a un nuevo actor a esta historia: la ultraderecha. Esto no significa cargar toda la responsabilidad de lo sucedido al proceso independentista catalán, de hecho, insistimos, este, más que plan misión a largo plazo, podía haber tenido lugar mezclando un atentado yihadista, el racismo y la inmigración, bien como respuesta a un Gobierno de izquierda que se considerara que iba muy lejos, bien con otro hipotético acontecimiento. Lo que no significa que, sin el concurso del independentismo catalán, tanto voluntario como involuntario, el ultraderechismo no hubiera vuelto como una fuerza social de peso a partir de aquel otoño de 2017. (...)

 

A principios del año 2018, el clima político en España se parecía al de una habitación mal ventilada con humedades. El independentismo catalán había devorado toda la actualidad por varios meses y su contraparte, el nacionalismo español, fluía a cada momento con más descaro por las arterias de la sociedad. (...)

 

El feminismo estaba en el momento adecuado y en el lugar adecuado. Ya había mostrado los colmillos contra la ley del aborto de Gallardón, siendo parte de su cese, en lo que fue una de las primeras victorias reales contra el Gobierno de Rajoy de todo el periodo. Además, que prácticamente todo el movimiento de protesta del periodo 2011-2014 hubiera acabado en las instituciones, dejó un espacio libre en lo asambleario y la calle del que antes no se había dispuesto. Si a esto le sumamos que la precariedad seguía siendo la píldora habitual con la que muchos jóvenes encaraban su vida, agravada en el caso de ser mujer, provocó que el feminismo fuera la respuesta a la situación irresuelta del periodo anterior. Miles de mujeres que salieron a aquel día constituyeron no solo un hálito para su lucha, sino que configuraron una nueva ola de protesta que no era la de la Transición, ni de las huelgas estudiantiles de 1986, ni las protestas por el 0,7 de principios de los años noventa, ni el ciclo que culminó con las marchas contra la Guerra de Irak, ni el 15M, que era la suya, la de la generación que había nacido ya en el siglo XXI y que en aquel marzo de 2018 cumplían su mayoría de edad. (...)

 

A veces es emocionante tirar del hilo de la historia y ver cómo, por más que los poderes establecidos se esfuerzan en crear mejores métodos de adocenamiento, la naturaleza netamente injusta del capitalismo, las justas razones por buscar un mundo mejor, dan el protagonismo a nuevas generaciones para seguir luchando. (...)

 

Aunque Rajoy ya es conocedor la tarde del jueves 31 de mayo de que el PNV va a dar un voto favorable a la moción, es decir, que sus días como presidente se han acabado, aunque sabe que en la sesión el resto de grupos le va a despellejar –la naturaleza es implacable con un depredador desdentado–, es incomprensible que alguien decida terminar su carrera política de esa forma. Los suyos están pensando ya en que el presidente va a dimitir, lo que al menos les daría la oportunidad de ir a unas nuevas elecciones, pero Cospedal tiene que ir al restaurante y volver al hemiciclo para confirmar que Rajoy no tiene intención de irse, lo que sería acabar de admitir su responsabilidad en la Gürtel. Pasadas las diez de la noche todas las cámaras se habían trasladado del hemiciclo al restaurante de marras para intentar captar la imagen del presidente que había sido sustituido por un bolso. Rajoy apareció por la puerta, desorientado, con la mirada perdida, sin saber bien a dónde dirigirse. Los escoltas le indican la dirección en dos ocasiones y él toma la contraria. Mientras, un puñado de curiosos, decenas de cámaras y 47 millones de personas a través de la televisión asisten al hundimiento definitivo de quien había regido sus vidas por siete años, en una de las décadas más convulsas, duras y sin embargo apasionantes de la democracia española. Rajoy, montándose en el coche, no se deshace de su particular sonrisa, como si ese personaje atolondrado, esa táctica desatención, esa atenta inconsciencia, le hubieran acabado devorando. (...)

 

Ese fue, supongo, el sentimiento de otra mucha gente, esa gente que desde hacía años no podía entender cómo tal banda de corruptos nos había arruinado la vida dejando a la intemperie nuestra existencia en el chaparrón de la crisis. Que llegara Sánchez u otro nos daba más o menos igual, lo que nos importaba es que el PP se había ido. (...)

 

El 17 de mayo conocíamos que Pablo Iglesias e Irene Montero, que eran pareja y esperaban ser padres, se habían hipotecado por más de medio millón de euros para comprar un chalet de grandes dimensiones en Galapagar, un pueblo de la sierra de Madrid. Antes de seguir conviene aclarar que no hubo nada ilegal, que la operación bancaria no encubría ningún soborno, blanqueo de dinero, tráfico de influencias o cualquier otra de las figuras delictivas que han decorado estas páginas. Conviene aclara

Walter de Luna, director general de SAREB y Carles Ventura, director general adjunto de Banco Sabadell, durante la firma del acuerdo

Walter de Luna, director general de SAREB y Carles Ventura, director general adjunto de Banco Sabadell, durante la firma del acuerdo

Questa siori e siore x'è la setimana del lavoratore italico, il cui motto è: "Chi lavora magna, e chi no lavora magna (e anca beve)".

 

Lunedì poi x'è 'l giorno d'inixio,

saria un bruto vixio, saria un bruto vixio,

Lunedì poi x'è 'l giorno de inixio saria un bruto vixio andar lavorar.

 

Martedì poi x'è 'l giorno seguente,

sarebe indecente, sarebe indecente,

Martedì poi x'è 'l giorno seguente sarebe indecente andar lavorar.

 

E alora ciapalo, lighelo, metilo in galera,

ciapalo lighelo, metelo en preson.

E alora ciapalo, lighelo, metilo in galera,

ciapalo lighelo, metelo en preson.

 

Mercole poi x'è 'l dì de mercato

saria un gran pecato, saria un gran pecato

Mercole poi x'è 'l dì de mercato saria un gran pecato andar lavorar

 

Doman che giorno x'è?

Giovedì!

Giovedì?...... Gnochi

Gnochi a pranso o gnochi a cena?

No, gnochi chi che va lavorare

 

Giovedì poi x'è 'l giorno de meso

gh'è niente de peso, gh'è niente de peso

Giovedì poi x'è 'l giorno de meso gh'è niente de peso che andar lavorar

 

E alora ciapalo, lighelo, metilo in galera,

ciapalo lighelo, metelo en preson.

E alora ciapalo, lighelo, metilo in galera,

ciapalo lighelo, metelo en preson.

 

Venere poi x'è morto el Signore

che grande dolore, che grande dolore

Venere poi x'è morto el Signore che grande dolore andar lavorar

 

Podaria far 'no scapon doman che x'è sabo

x'è straordinario eh?!

Ah! Gh'eto a far 'o straordinario?

No, x'è straordinario se doman te me vedi andar lavorare.

 

Sabato poi x'è fine setimana

saria 'na condana, saria 'na condana

sabato poi x'è fine setimana saria 'na condana andar lavorar

 

Eh no tosi! Domenega se riposa!

Giusto! Riposo Asoluto!

Eh si, parchè g'ho da: vangarel'ortoconcimareepiantetirarsoetendelavarlamachinasguasarlinsalataimbotiareelvin- dar 'na bota a la femena - farlaconservabroarsu.

A g'ho un'ora sbusa fra e sete e le oto.

Ma varda che dae sete ae oto de domenega i ufici i x'è sarà.

SARA'?!?! Ma i no g'ha mia voia de lavorare 'sta gente! Va ben, xe vedemo dopo e ferie.

 

E la domenega a x'è dì de festa

a g'ho el mal de testa, a g'ho 'l mal de testa

E la domenega a x'è dì de festa a g'ho 'l mal de testa dal gran lavorar.

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Soundtrack, Anonima Magnagati, “La settimana del lavoratore italico"

 

B l a c k M a g i c

  

Abitazione pratese del celebre mercante, costituisce uno dei primi e tipici esempi di dimora borghese prerinascimentale.

Esso in realtà era solo una parte dell'abitazione del Datini, che si estendeva anche nell'isolato di fronte all'attuale ingresso (dove trovava posto una casa con giardino e fondaco) e in parte di un isolato adiacente, dove - negli ultimi anni di vita del mercante - era situata la stalla, e che tuttora conserva su di un portale lo stemma dei Ceppi.

Il primo nucleo del palazzo, situato in porta Fuia, all'angolo tra l'attuale via Rinaldesca e via del Porcellatico, era probabilmente costituito proprio da quel "chasolare, i' sullo chanto dello Porcellaticho", che il tutore di Francesco, Piero di Giunta del Rosso, acquistò per lui nel 1354, e che immediatamente sottopose a lavori di ristrutturazione.

Il costo di quell'immobile, e dei relativi lavori, ammontò allora ad appena 63 lire, 6 soldi. Un edificio assai modesto, quindi, anche se collocato in un'area di pregio, situata al confine con i palazzi dei Rinaldeschi e quelli degli Alberti.

 

L'attuale struttura è il risultato di una serie di successive acquisizioni di edifici contigui, inizialmente destinati ad abitazioni e botteghe di artigiani, che andarono ad ampliare il primo nucleo abitativo, nel quale il Datini si era insediato al suo ritorno da Avignone.

I primi consistenti lavori, come ci testimonia lo stesso Datini, risalgono al 1383, ed interessarono l'ala prospiciente alla via Rinaldesca; ma quelli più significativi furono compiuti fra il 1387 e il 1390, quando l'edificio, inizialmente ad un solo piano, fu rialzato, e fu costruito il cortile con loggia e pozzo.

Nell'immobile che fronteggiava l'ingresso, oltre ad una casa e loggiato dipinto, e ad un fondaco, fu allora realizzato un giardino con tabernacolo sull'angolo, "pieno di melaranzi e rose e viole e altri begli fiori", di cui lo stesso Datini diceva: "Costa p(i)ùe di fiorini 600: ch'è istata una grande folìa: sarebe meglio ad avergli messi in uno podere".

È in occasione di questa ristrutturazione, certamente la più consistente, che fu realizzata anche gran parte della decorazione pittorica ad affresco, affidata a Niccolò di Piero Gerini: a lui dobbiamo il San Cristoforo, tuttora ben conservato, concluso solo nel 1394.

Dello stesso ciclo di affreschi fanno parte le 14 figure dipinte nella corte, i 7 vizi e 7 virtù, che adornavano la loggia, assieme ai quattro filosofi impressi nelle lunette (affreschi, tutti, ormai fortemente deteriorati), oltre ad alcuni altri dipinti di cui non abbiamo più traccia.

Agnolo di Taddeo Gaddi e Bartolomeo di Bertozzo eseguivano nel frattempo i lavori più semplici di ornamento: il motivo delle volte a gigli, i "beccattelli" fra le lunette e le figure della loggia, i "pancali", le colonne, gli sguanci delle finestre, i marmi, un po' dappertutto; e inoltre, i palchi delle camere, i travicelli, i regoli e bossoli di legno.

Essi decorarono, inoltre, una delle sale interne, quella "sopra la volta del vino", con le "pareti dipinte ad alberi" e il soffitto "a gigli gialli in campo scuro, con quattro compassi dipinti con armi".

 

Gli ampliamenti e ristrutturazioni non cessarono comunque, mentre l'edificio si andava arricchendo con l'acquisizione dei corpi immobiliari adiacenti. Nel 1399, tirando le fila di questo suo incessante murare, il Datini calcolò ad oltre 6.000 fiorini il costo complessivo dell'abitazione.

I lavori realizzati a più riprese nel corso degli anni, e che in realtà terminarono solo poco prima della morte, le decorazioni parietali ad affresco, la ricchezza degli arredi, di cui gli archivi datiniani sono ricchi di testimonianze, trasformarono gradualmente il palazzo in una dimora prestigiosa, che fu più volte utilizzata non solo dal Datini, ma dallo stesso Comune di Prato, per ospitare personaggi di spicco in visita alla città.

 

Dopo la morte del Datini, la facciata esterna fu totalmente affrescata a spese dei Ceppi con scene della vita del mercante, di cui restano solo alcune frammentarie sinopie.

 

Tratto da:

www.istitutodatini.it/schede/palazzo/

 

Urbanizando los pisos de lujo de la SAREB

17/02/2021. El presidente del Gobierno, Pedro Sánchez, ha presidido el acto de firma del Protocolo sobre Alquiler Social de Viviendas, junto a la vicepresidenta tercera y ministra de Asuntos Económicos y Transformación Digital, Nadia Calviño, el ministro de Transportes, Movilidad y Agenda Urbana, José Luis Ábalos, y el presidente de Sareb, Jaime Echegoyen.

 

NOTICIA:

 

www.lamoncloa.gob.es/presidente/actividades/Paginas/2021/...

  

Los ojos de Hipatia

 

Por Horta és Futur

 

Miembros de la campaña Horta és futur (Huerta es futuro) han realizado un estudio que demuestra que inmobiliarias y bancos poseen más del 50% de la propiedad de la huerta afectada por el PGOU.

 

La revisión del PGOU, en una ciudad que pierde población, sólo se puede entender como un intento de beneficiar a los especuladores que en el momento de la burbuja adquirieron tierras de cultivo en espera de la reclasificación.

 

El anuncio, el pasado martes 22 de abril, de la suspensión de los trámites para aprobar el nuevo PGOU de la ciudad de Valencia es tan sólo el último capítulo de un proyecto básicamente especulativo. Valencia dispone de más de 57.000 viviendas vacías y solares para construir otras 38.000 y tiene en perspectiva seguir perdiendo población -30.000 vecinos en los últimos cinco años. En un contexto así se hace muy dificil de entender la urgencia mostrada por el Ayuntamiento de Valencia para aprobar antes de elecciones un PGOU que había sido olvidado en el cajón desde 2010, salvo que pensemos en el interés de inmobiliarias y bancos.

 

Nuestro estudio, basado en la identificación de los propietarios de 103 parcelas repartidas por toda la zona de huerta afectada por el PGOU, demuestra que a partir de 2003 una quincena de empresas promotoras se lanzaron a adquirir terrenos no urbanizables, incluso antes de que se anunciara la revisión oficial del PGOU en abril de 2004. Los años de máxima euforia compradora se produjeron en 2005 y 2006, entre el anuncio de la revisión y el estallido de la burbuja inmobiliaria a finales del 2007.

 

En aquellos años de euforia inmobiliaria, que como es sabido llevarían en pocos años a la desaparición de muchas promotoras y la totalidad de las cajas de ahorros valencianas, una quincena de inmobiliarias, como demuestra la infografía que adjuntamos, se repartieron el pastel de la huerta a reclasificar por el nuevo PGOU. Arriesgándose a adquirir unos terrenos no urbanizables con la esperanza de que el proceso de reclasificación se llevara a cabo en breve. En junio de 2005 el concejal de la oposición Rafael Rubio ya denunciaba que «las modificaciones que se han hecho de ACUERDO con las peticiones de un determinación sector de promotoras de la ciudad» (El País, 27-6-2005).

 

El mapa de la especulación

 

Como queda claro en la infografía que adjuntamos, diferentes inmobiliarias se dedicaron adquirir terrenos en sectores concretos, se repartieron lo que aún ahora, diez años después, es huerta protegida. La operación era especialmente lucrativa al tratarse de parcelas de suelo no urbanizable protegido. Así, terrenos con un aprovechamiento muy limitado y, por tanto, con un valor inmobiliario muy bajo, pasarían a adquirir un valor mucho mayor después de la reclasificación.

 

El estudio no tiene una extensión suficiente como para contabilizar el total de la superficie acumulada por las promotoras en la huerta de Valencia, pero sí deja clara la importante dimensión de las adquisiciones. Eligiendo preferentemente las parcelas de mayor superficie en cada zona, ha resultado que, en conjunto, más de la mitad de las parcelas investigadas eran propiedad de inmobiliarias. Además, es muy reseñable la tendencia de estas empresas a concentrar sus compras en sectores determinados. Los datos sugieren que se produjo un reparto organizado de la huerta, en ningún caso se detecta una competencia entre inmobiliarias por los mismos sectores.

 

En Nazaret, por ejemplo, es donde se concentraron las adquisiciones, entre 2004 y 2007, de Urbanismo Nuevo Siglo, que dispone de un mínimo de 17.000m2. Esta inmobiliaria tiene como Apoderado Solidario a Vicente Prieto Añó presidente del Grupo Secopsa. Empresa largamente vinculada con el Ayuntamiento de Valencia, que en el 2012, le adjudicó la contrata de mantenimiento de más de 500 edificios municipales hasta el 2016 con posibilidad de prórroga. También en Nazaret la Sareb, el banco creado para acumular activos inmobiliarios tóxicos, ha acabado controlando un mínimo de 13.000 m2.

 

En la huerta de Faitanar, un área que en el PGOU de 1988 estaba indicada como zona inundable, no apta para urbanizar, con numerosos elementos patrimoniales recogidos en el catálogo de bienes patrimoniales, es donde se han concentrado las compras de la inmobiliaria Urbem. Sociedad que controla al menos 23.000 m2 de huerta en esta partida. Probablemente la larga espera del PGOU ha contribuido a liquidarla, ya que en 2014 se acogió a la fórmula de preconcurso de acreedores, al encontrarse fuertemente endeudada con el Banco de Santander.

 

En la Partida de Dalt de Campanar, zona de huerta protegida en plena producción actualmente y donde abundan los molinos y alquerías protegidas, es donde han concentrado las compras, entre otros, Nozar y Chamartín-Campanario que también han llegado a sufrir una situación de insolvencia. La primera fue uno de los grandes referentes inmobiliarios del boom, que suspendió pagos en 2009 y está desde 2008 en concurso de acreedores. Chamartín-Campanar, que posee al menos 72.000m2 también entró en 2012 en concurso voluntario de acreedores. En esta partida la Sociedad Agraria de Transformación «Labor de Caballero”, que tiene como administrador único a Francisco Roig, controla 29.000m2. Esta bien documentada la afinidad de Rojo con el gobierno de la Generalitat y el hecho de que Bancaja, presidida por Jose Luis Olivas, le ayudó en 2009 a reestructurar sus deudas, motivados en parte por la compra de terrenos en Campanar.

 

El PGOU, no sólo un plan de expansión de la ciudad de Valencia

 

¿Qué sentido esconde, entonces, la urgencia para aprobar la revisión del PGOU? Con la reclasificación, una serie de terrenos que son propiedad de empresas -ahora controladas por los bancos que habían financiado las compras- pasan a tener unos derechos adquiridos que los hacen ganar valor. Como la propiedad, de aquellas empresas -auténticos zombies desde hace unos años- ha pasado a los bancos prestatarios, lo que la operación esconde es beneficiar a los bancos que pudieron así sanear sus balanzas. Se suma, los bancos que hace una década alimentaron la burbuja inmobiliaria, financiando estas compras especulativas ahora, en caso de aprobarse la revisión del PGOU, recibirían su premio.

 

losojosdehipatia.com.es/natura-ciencia/horta-es-futur-ela...

 

... sarebbe da vedere grande

erano i gradi che questa mattina segnava l'orologio digitale sopra al bar davanti al quale passo tutte le mattine a cavallo della mia bici per andare a lavoro.

 

Dalla fine della scuola sono passati esattamente 13 inverni: pochi, molti, medi.

 

Da allora ho progressivamente sentito sempre più freddo addosso, prima a causa di giacconi sbagliati poi di stati invernali il cui freddo proveniva più da dentro che da fuori. Una strana sensazione simile solo al freddo che arriva con l'influenza.

 

Ma io niente influenza. Passavano le giornate e io sentivo-avevo-percepivo freddo.

Il freddo è una condizione soggettiva che non solo varia da persone a persona, ma persino al variare dello spazio e del tempo in cui una medesima persona prova differente freddo a parità di gradi.

 

Io il freddo l'ho odiato, lo odio, ma quest'anno pare che non ne soffra, sebbene è ovvio che questa mattina lo provassi, lo sentissi, specie osservando il ghiaccio sull'asfalto rotto dalla mia gomma sgonfia (non per scelta).

 

Ma oggi capisco che il mio freddo era una condizione organica. Un "problema", se in questi termini posso parlare, che dimostrava uno stato imperfetto del mio fisico.

 

Io mi fisso nelle cose: bene, male, medio.

 

Quest'anno mi sono fissato con Immuno4. Un semplice integratore da assumere nei cambi di stagione. A me piace pensare che questo cambiamento sia dovuto anche a lui.

 

Ma c'è di più, poi chiudo: la costanza dell'abitudine. Non smettere di andare in bici ai primi freddi, abituarsi al pungente ghiaccio iniziale delle prime dieci pedalate, per poi godere di quel freddo respiro che ti entra dentro e ti sveglia, ancor più del secondo caffè che alle 8 andrò ad assumere al bar sotto l'ufficio.

 

L'abitudine: giusta, sbagliata, media.

 

mi piace fermarmi in un punto a caso. Qui!

e mi piace quando riesco a scrivere di nulla e per nulla partendo da un semplice -2. Senza che prima di scrivere quel -2 avessi la benché minima idea di cosa avesse poi riempito questo ricordo del 14 dicembre 2010.

 

Saluti

 

p.s. la mia foto precedente (e le due nel commento) spaccano di brutto... ma non hanno avuto la giusta attenzione :-D

La Ceramo será rehabilitada (o eso parece, porque se lleva diciendo desde 2016) - La misma noticia repetida todos los años... Bla, bla, bla...

 

La Ceramo de Benicalap, un bien cultural en ruinas gracias a la negligencia crónica de Joan Ribó Canut y la pasividad e indolencia de todos los valencianos

  

El Ayuntamiento de Valencia -como ya es norma-, no ha tenido reparo alguno en difundir una nota de prensa antigua en relación a la inminente rehabilitación de La Ceramo, nota que ya ha sido publicada y difundida en numerosas ocasiones desde el año 2016, tal y como se puede verificar haciendo una simple búsqueda por internet.

 

Lo cierto es que no existen partidas presupuestarias ni proyectos ni contactos con las entidades y los expertos como Alfonso Pastor. Es probable que la rehabilitación del conjunto industrial de La Ceramo, antigua fábrica de tejas y mayólicas, se efectúe en el próximo milenio. Y no lo digo de broma.

 

¿Cuál será la próxima nota de prensa antigua que difunda el Ayuntamiento de Valencia? Ah. Ya la tengo. El Casino del Americano será rehabilitado dentro de unos días, a fin de albergar una Escuela de Huertos Urbanos Transversales...

 

Desde que Joan Ribó Canut es alcalde, los valencianos estamos perdidos en un bucle, inmersos en el año de la marmota. No podemos ni queremos escapar de ese laberinto. Y estamos condenados a leer la misma noticia, que se repite y publica en todos los medios año tras año, con objeto de entretener a los incautos de siempre. Incautos que son legión por lo que veo.

 

Lamentable y bochornoso comportamiento el del Ayuntamiento de Valencia y el de los periodistas que conforman su Gabinete de Prensa. Lamentable la falta de respuesta del resto de entidades dedicadas a la defensa del Patrimonio y de los vecinos, que son incapaces de denunciar con firmeza y contundencia las mentiras y subterfugios que emplea el alcalde y su equipo de gobierno.

 

La Ceramo, el Casino del Americano, la Alquería de la Torre... seguirán en ruinas los próximos años si no sabemos y anhelamos organizarnos, a fin de denunciar, de manera conjunta, sistemática y eficiente, el abandono y degradación de esas joyas del Patrimonio Cultural Valenciano.

 

Antonio Marín Segovia

 

ACR CONSTANTÍ LLOMBART

 

NOTICIA ACTUALIZADA A 25 DE SEPTIEMBRE DE 2019

 

Desde 2016 nos vendieron la moto a todos, y nos la siguen vendiendo diciendo algo que nunca ocurrió hasta ahora, 3 años después (y todavía no ha ocurrido). Es en estos momentos cuando el Ayuntamiento de Valencia ha hablado, sin partida presupuestaria ni nada de nada, sobre que definitivamente se ha aprobado la modificación de planeamiento que permitirá la rehabilitación de La Ceramo.

 

Sandra Gómez ha resaltado la importancia de esta aprobación, que permitirá rehabilitar un Bien de Relevancia Local muy importante para la ciudad.

 

La concejala de Desarrrollo y Renovación Urbana y vicealcaldesa, Sandra Gómez, ha informado que la Comisión Territorial de Urbanismo ha aprobado definitivamente la modificación del Plan General de Ordenación Urbana de València, PGOU, relativa a La Ceramo. Esta modificación permitirá realizar un convenio de permuta con los propietarios de parte del edificio para obtener la totalidad de la propiedad y proceder a su rehabilitación.

 

El vigente PGOU califica la antigua fábrica La Ceramo, en una parte como equipamiento público, y en otra parte como residencial de edificación abierta con cinco plantas de altura. Y el vigente Catálogo de Bienes y Espacios Protegidos califica esa parte de equipamiento público como Bien de Relevancia Local, BRL, en la categoría de Espacio Etnológico de Interés Local. Se indica que está sujeto a Protección parcial. Este Catálogo vigente determina la protección del BRL únicamente sobre el ámbito que el Plan destina a Servicio Público. Fuera de este ámbito, los restos de los antiguos hornos, debidamente puestos en valor bajo criterios arqueológicos, debían integrarse en la edificación de uso residencial prevista por el planeamiento.

 

La modificación plantea una variación de la ficha del catálogo correspondiente a este Bien de Relevancia Local, ampliando la protección a la totalidad del conjunto fabril. Hay que tener en cuenta que esto supone la eliminación de una parcela residencial de propiedad privada, y que la modificación incluye el traslado de la misma edificabilidad residencial otorgada por el PGOU a otra parcela dotacional pública, ubicada en la misma área urbana homogénea; en concreto, una parcela de propiedad municipal, calificada como dotación pública SP-6 (servicio público religioso), en el Sector Benicalap Norte, sita en la avenida de Ecuador.

 

Concretamente, la parcela de “La Ceramo” se califica como equipamiento dotacional múltiple de la red secundaria (SQM) y la parcela de la avenida de Ecuador se califica como residencial plurifamiliar de edificación abierta (EDA). Las superficies afectadas son: 561,10 m²s, tanto de la parcela EDA que se recalifica a SQM, como de la parcela SP-6 que se recalifica a EDA; y el resto de la parcela SP-6 se califica como jardín de la red secundaria (SJL), con una superficie de 430,79 m²s. La edificabilidad residencial se mantiene en 2.805,50 m²t, trasladándose de una parcela a otra.

 

La entidad SAREB, en calidad de propietaria de la parcela de La Ceramo, ya manifestó, mediante su alegación presentada en el trámite de información pública, su voluntad de permutar dicha parcela por la parcela situada en la avenida de Ecuador.

 

Tal como ha explicado la concejala Sandra Gómez, «esta aprobación es un paso importante para la rehabilitación de la Ceramo. Una vez realizado el estudio histórico y la modificación de planeamiento, el Ayuntamiento procederá a realizar la permuta de los terrenos a través de un convenio para poder comenzar cuanto antes los trabajos arqueológicos y el consiguiente proyecto de rehabilitación».

 

NOTICIA DEL 7 DE NOVIEMBRE DE 2016, DONDE SE MANIFESTABA QUE LA CERAMO SERÍA UN CENTRO DE EXPOSICIONES, TALLERES E INTERPRETACIÓN HISTÓRICA DE LA CERÁMICA, ALGO QUE TODAVÍA NO HA OCURRIDO Y YA HAN PASADO 3 AÑOS:

 

El concejal de Desarrollo Urbano y responsable de los Proyectos Urbanos de la ciudad, Vicent Sarrià, y el concejal de Gobierno Interior y responsable de los Servicios Centrales Técnicos, Sergi Campillo, han visitado hoy la antigua fábrica de tejas y mayólicas “La Ceramo”, situada en la avenida de Burjassot (barrio de Benicalap), para comprobar los trabajos que se están realizando coordinados por ambas delegaciones, en los que se ha invertido 45.000 euros, y anunciar, así, los proyectos y usos de esta antigua fábrica de cerámica de tejas y majóricas.

 

La Ceramo de Benicalap, un BRL que estaba en ruinas, era una antigua fábrica de tejas y mayólicas de gran valor cultural, ya que en sus hornos se han cocido piezas de reflejo metálico que hoy en día lucen muchos de los edificios modernistas y eclécticos de la ciudad de Valencia como la Estación del Norte, el Mercado de Colón, el Mercado Central, las cúpulas del Ayuntamiento de Valencia, los Almacenes de la Isla de Cuba, la cúpula del Palacete de José Ayora, etc.

Según fuentes municipales, La Ceramo se destinará a usos artesanales, talleres de cerámica y a un espacio para salas de exposiciones y de interpretación de la historia de la cerámica en su época. Además, se pretende reservar también un espacio para la ubicación de piezas cerámicas procedentes del Museo Nacional de Cerámica.

 

Los trabajos de desescombro, toma de datos, medidas precautorias e inventario de todos los elementos existentes de valor etnológico están siendo llevados a cabo por el Gabinete de Arqueología Víctor Algarra – Paloma Berrocal, que ha sido seleccionado en un proceso en el que se han consultado seis empresas especializadas en servicios arqueológicos.

 

Vicent Sarrià: “La rehabilitación integral de La Ceramo se llevará a cabo durante el mandato de la corporación actual” (a ver si es verdad).

 

El coste previsto de dicha actuación será de 13.189 euros, y los trabajos deberán estar finalizados como máximo antes de finales de 2016 (está previsto que estén acabados en diciembre de 2016). Tal como se ha previsto desde la Delegación, los elementos inventariados se trasladarán a almacenes municipales.

 

También cabe destacar las tareas de emergencia de los Servicios Centrales Técnicos para consolidar determinados elementos de la fábrica por un importe de 31.728 euros, adjudicadas a la empresa Contraforte Restaura SL.

 

Posteriormente, desde el Servicio de Proyectos Urbanos se redactará el proyecto de rehabilitación y usos, que incluye la recuperación de los antiguos hornos. El objetivo de ello es que durante el mandato de la actual corporación se puedan finalizar las obras de recuperación y rehabilitación de esta antigua fábrica. El inmueble, una vez tratado, se dedicará a distintos usos relacionados con su historia y su función: usos artesanales, talleres de cerámica y un espacio para salas de exposiciones y de interpretación de la historia de la cerámica en su época. Además, ha explicado el concejal, se pretende reservar también un espacio para la ubicación de piezas cerámicas procedentes del Museo Nacional de Cerámica.

 

Se ha necesitado presión de colectivos en defensa del Patrimonio para que el consistorio finalmente actúe.

 

Tal como ha manifestado el concejal Sarrià, en breve se expondrá al público el convenio con la Sociedad de Gestión de Activos Procedentes de la Reestructuración Bancaria (SAREB), que es la propietaria de la parte del inmueble que el PGOU señalaba como residencial. En un principio hay un cuerdo el cual prevé trasladar la edificabilidad prevista a otra parcela de la ciudad y proteger en su totalidad la fábrica como Bien de Relevancia Local, BRL, por lo que el Servicio de Planeamiento está tramitando esta modificación puntual que permitirá la protección y rehabilitación total del edificio.

  

Foto de portada: Antonio Marín Segovia, de agendacomunistavalencia.blogspot.com.es

 

Fuentes: Ayuntamiento de Valencia

 

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VALENCIA BONITA

 

Reportaje fotográfico de Antonio Marín Segovia

 

agendacomunistavalencia.blogspot.com/2019/09/la-ceramo-se...

Dopo la pioggia viene il sereno

brilla in cielo l’arcobaleno.

E’ come un ponte imbandierato

e il sole ci passa festeggiato.

é bello guardare a naso in su

le sue bandiere rosse e blu.

Però lo si vede, questo è male

soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente

il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta,

questa sì che sarebe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra

fare la pace prima della guerra.

 

Gianni Rodari

La Ceramo de Benicalap, un bien cultural en ruinas gracias a la negligencia crónica de Joan Ribó Canut y la pasividad e indolencia de todos los valencianos

  

La Ceramo será rehabilitada (o eso parece, porque se lleva diciendo desde 2016) - La misma noticia repetida todos los años... Bla, bla, bla...

 

La Ceramo de Benicalap, un bien cultural en ruinas gracias a la negligencia crónica de Joan Ribó Canut y la pasividad e indolencia de todos los valencianos

  

El Ayuntamiento de Valencia -como ya es norma-, no ha tenido reparo alguno en difundir una nota de prensa antigua en relación a la inminente rehabilitación de La Ceramo, nota que ya ha sido publicada y difundida en numerosas ocasiones desde el año 2016, tal y como se puede verificar haciendo una simple búsqueda por internet.

 

Lo cierto es que no existen partidas presupuestarias ni proyectos ni contactos con las entidades y los expertos como Alfonso Pastor. Es probable que la rehabilitación del conjunto industrial de La Ceramo, antigua fábrica de tejas y mayólicas, se efectúe en el próximo milenio. Y no lo digo de broma.

 

¿Cuál será la próxima nota de prensa antigua que difunda el Ayuntamiento de Valencia? Ah. Ya la tengo. El Casino del Americano será rehabilitado dentro de unos días, a fin de albergar una Escuela de Huertos Urbanos Transversales...

 

Desde que Joan Ribó Canut es alcalde, los valencianos estamos perdidos en un bucle, inmersos en el año de la marmota. No podemos ni queremos escapar de ese laberinto. Y estamos condenados a leer la misma noticia, que se repite y publica en todos los medios año tras año, con objeto de entretener a los incautos de siempre. Incautos que son legión por lo que veo.

 

Lamentable y bochornoso comportamiento el del Ayuntamiento de Valencia y el de los periodistas que conforman su Gabinete de Prensa. Lamentable la falta de respuesta del resto de entidades dedicadas a la defensa del Patrimonio y de los vecinos, que son incapaces de denunciar con firmeza y contundencia las mentiras y subterfugios que emplea el alcalde y su equipo de gobierno.

 

La Ceramo, el Casino del Americano, la Alquería de la Torre... seguirán en ruinas los próximos años si no sabemos y anhelamos organizarnos, a fin de denunciar, de manera conjunta, sistemática y eficiente, el abandono y degradación de esas joyas del Patrimonio Cultural Valenciano.

 

Antonio Marín Segovia

 

ACR CONSTANTÍ LLOMBART

 

NOTICIA ACTUALIZADA A 25 DE SEPTIEMBRE DE 2019

 

Desde 2016 nos vendieron la moto a todos, y nos la siguen vendiendo diciendo algo que nunca ocurrió hasta ahora, 3 años después (y todavía no ha ocurrido). Es en estos momentos cuando el Ayuntamiento de Valencia ha hablado, sin partida presupuestaria ni nada de nada, sobre que definitivamente se ha aprobado la modificación de planeamiento que permitirá la rehabilitación de La Ceramo.

 

Sandra Gómez ha resaltado la importancia de esta aprobación, que permitirá rehabilitar un Bien de Relevancia Local muy importante para la ciudad.

 

La concejala de Desarrrollo y Renovación Urbana y vicealcaldesa, Sandra Gómez, ha informado que la Comisión Territorial de Urbanismo ha aprobado definitivamente la modificación del Plan General de Ordenación Urbana de València, PGOU, relativa a La Ceramo. Esta modificación permitirá realizar un convenio de permuta con los propietarios de parte del edificio para obtener la totalidad de la propiedad y proceder a su rehabilitación.

 

El vigente PGOU califica la antigua fábrica La Ceramo, en una parte como equipamiento público, y en otra parte como residencial de edificación abierta con cinco plantas de altura. Y el vigente Catálogo de Bienes y Espacios Protegidos califica esa parte de equipamiento público como Bien de Relevancia Local, BRL, en la categoría de Espacio Etnológico de Interés Local. Se indica que está sujeto a Protección parcial. Este Catálogo vigente determina la protección del BRL únicamente sobre el ámbito que el Plan destina a Servicio Público. Fuera de este ámbito, los restos de los antiguos hornos, debidamente puestos en valor bajo criterios arqueológicos, debían integrarse en la edificación de uso residencial prevista por el planeamiento.

 

La modificación plantea una variación de la ficha del catálogo correspondiente a este Bien de Relevancia Local, ampliando la protección a la totalidad del conjunto fabril. Hay que tener en cuenta que esto supone la eliminación de una parcela residencial de propiedad privada, y que la modificación incluye el traslado de la misma edificabilidad residencial otorgada por el PGOU a otra parcela dotacional pública, ubicada en la misma área urbana homogénea; en concreto, una parcela de propiedad municipal, calificada como dotación pública SP-6 (servicio público religioso), en el Sector Benicalap Norte, sita en la avenida de Ecuador.

 

Concretamente, la parcela de “La Ceramo” se califica como equipamiento dotacional múltiple de la red secundaria (SQM) y la parcela de la avenida de Ecuador se califica como residencial plurifamiliar de edificación abierta (EDA). Las superficies afectadas son: 561,10 m²s, tanto de la parcela EDA que se recalifica a SQM, como de la parcela SP-6 que se recalifica a EDA; y el resto de la parcela SP-6 se califica como jardín de la red secundaria (SJL), con una superficie de 430,79 m²s. La edificabilidad residencial se mantiene en 2.805,50 m²t, trasladándose de una parcela a otra.

 

La entidad SAREB, en calidad de propietaria de la parcela de La Ceramo, ya manifestó, mediante su alegación presentada en el trámite de información pública, su voluntad de permutar dicha parcela por la parcela situada en la avenida de Ecuador.

 

Tal como ha explicado la concejala Sandra Gómez, «esta aprobación es un paso importante para la rehabilitación de la Ceramo. Una vez realizado el estudio histórico y la modificación de planeamiento, el Ayuntamiento procederá a realizar la permuta de los terrenos a través de un convenio para poder comenzar cuanto antes los trabajos arqueológicos y el consiguiente proyecto de rehabilitación».

 

NOTICIA DEL 7 DE NOVIEMBRE DE 2016, DONDE SE MANIFESTABA QUE LA CERAMO SERÍA UN CENTRO DE EXPOSICIONES, TALLERES E INTERPRETACIÓN HISTÓRICA DE LA CERÁMICA, ALGO QUE TODAVÍA NO HA OCURRIDO Y YA HAN PASADO 3 AÑOS:

 

El concejal de Desarrollo Urbano y responsable de los Proyectos Urbanos de la ciudad, Vicent Sarrià, y el concejal de Gobierno Interior y responsable de los Servicios Centrales Técnicos, Sergi Campillo, han visitado hoy la antigua fábrica de tejas y mayólicas “La Ceramo”, situada en la avenida de Burjassot (barrio de Benicalap), para comprobar los trabajos que se están realizando coordinados por ambas delegaciones, en los que se ha invertido 45.000 euros, y anunciar, así, los proyectos y usos de esta antigua fábrica de cerámica de tejas y majóricas.

 

La Ceramo de Benicalap, un BRL que estaba en ruinas, era una antigua fábrica de tejas y mayólicas de gran valor cultural, ya que en sus hornos se han cocido piezas de reflejo metálico que hoy en día lucen muchos de los edificios modernistas y eclécticos de la ciudad de Valencia como la Estación del Norte, el Mercado de Colón, el Mercado Central, las cúpulas del Ayuntamiento de Valencia, los Almacenes de la Isla de Cuba, la cúpula del Palacete de José Ayora, etc.

Según fuentes municipales, La Ceramo se destinará a usos artesanales, talleres de cerámica y a un espacio para salas de exposiciones y de interpretación de la historia de la cerámica en su época. Además, se pretende reservar también un espacio para la ubicación de piezas cerámicas procedentes del Museo Nacional de Cerámica.

 

Los trabajos de desescombro, toma de datos, medidas precautorias e inventario de todos los elementos existentes de valor etnológico están siendo llevados a cabo por el Gabinete de Arqueología Víctor Algarra – Paloma Berrocal, que ha sido seleccionado en un proceso en el que se han consultado seis empresas especializadas en servicios arqueológicos.

 

Vicent Sarrià: “La rehabilitación integral de La Ceramo se llevará a cabo durante el mandato de la corporación actual” (a ver si es verdad).

 

El coste previsto de dicha actuación será de 13.189 euros, y los trabajos deberán estar finalizados como máximo antes de finales de 2016 (está previsto que estén acabados en diciembre de 2016). Tal como se ha previsto desde la Delegación, los elementos inventariados se trasladarán a almacenes municipales.

 

También cabe destacar las tareas de emergencia de los Servicios Centrales Técnicos para consolidar determinados elementos de la fábrica por un importe de 31.728 euros, adjudicadas a la empresa Contraforte Restaura SL.

 

Posteriormente, desde el Servicio de Proyectos Urbanos se redactará el proyecto de rehabilitación y usos, que incluye la recuperación de los antiguos hornos. El objetivo de ello es que durante el mandato de la actual corporación se puedan finalizar las obras de recuperación y rehabilitación de esta antigua fábrica. El inmueble, una vez tratado, se dedicará a distintos usos relacionados con su historia y su función: usos artesanales, talleres de cerámica y un espacio para salas de exposiciones y de interpretación de la historia de la cerámica en su época. Además, ha explicado el concejal, se pretende reservar también un espacio para la ubicación de piezas cerámicas procedentes del Museo Nacional de Cerámica.

 

Se ha necesitado presión de colectivos en defensa del Patrimonio para que el consistorio finalmente actúe.

 

Tal como ha manifestado el concejal Sarrià, en breve se expondrá al público el convenio con la Sociedad de Gestión de Activos Procedentes de la Reestructuración Bancaria (SAREB), que es la propietaria de la parte del inmueble que el PGOU señalaba como residencial. En un principio hay un cuerdo el cual prevé trasladar la edificabilidad prevista a otra parcela de la ciudad y proteger en su totalidad la fábrica como Bien de Relevancia Local, BRL, por lo que el Servicio de Planeamiento está tramitando esta modificación puntual que permitirá la protección y rehabilitación total del edificio.

  

Foto de portada: Antonio Marín Segovia, de agendacomunistavalencia.blogspot.com.es

 

Fuentes: Ayuntamiento de Valencia

 

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VALENCIA BONITA

 

Reportaje fotográfico de Antonio Marín Segovia

 

agendacomunistavalencia.blogspot.com/2019/09/la-ceramo-se...

Torino – Carcere Giudiziario

Lunedì, 3.aprile. - ore 22

 

Cara adorata Luisetta,

le cose che vorrei dirti sono tante che

non so dove cominciare, nella mia testa vi è

una ridda di pensieri che potrei esprimerti

bene solo a voce, pur essendo calmo, cercherò

di coordinare per esprimerti esattamente tutto

ciò che penso e il mio vero stato d’animo in

questo momento.

Sono calmo, estremamente calmo, non avrei

mai creduto che si potesse guardare la morte

con tanta calma, non indifferenza, che anzi

mi dispiace molto morire, ma ripeto sono tran-

quillo.-

Io che, non sono credente, io che non credo

alla vita dell’al di là, mi dispiace morire ma

non ho paura di morire: non ho paura della morte,

 

[Pagina 2]

 

sono forse per questo un Eroe ? Niente affatto,

sono tranquillo e calmo per una semplice ragio-

ne che tu comprendi, sono tranquillo perché ho

la coscienza pulita, ciò è piuttosto banale, per-

ché la coscienza pulita l’ha anche colui che non

ha fatto del male, ma io non solo non ho fatto

del male, ma durante tutta la mia vita breve ho

la coscienza di aver fatto del bene non solo

nella forma ristretta di aiutare il prossimo, ma

dando tutto me stesso, tutte le mie forze, benché

modeste, lottando senza tregua per la Grande e

Santa Causa della liberazione dell’Umanità op-

pressa.-

Fra poche ore io certamente non sarò più, ma

sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di

fronte al plotone di esecuzione come lo sono at-

tualmente, come lo fui durante quei due giorni

di simulacro di processo, come lo fui alla let-

tura della sentenza, perché sapevo già all’ini-

zio di questo simulacro di processo che al con-

clusione sarebbe stata la condanna a morte.

Sono così tranquilli coloro che ci hanno con-

dannati ? Certamente no ! Essi credono con le no-

stre condanne di arrestare il corso della storia;

si sbagliano ! Nulla arresterà il trionfo del no-

stro Ideale, essi pensano forse di arrestare la

 

[Pagina 3]

 

schiera di innumerevoli combattenti della Liber-

tà con il terrore ? Essi si sbagliano ! Ma non

credo che essi si facciano queste illusioni: es-

si sanno certamente di non poter arrestare il

corso normale degli avvenimenti, ma agiscono con

il terrore per prolungare il più possibile il

momento della resa dei conti.-

Ad ogni modo siamo una famiglia predestinata a

dare tutto per la causa: io oggi, come prima Vita-

le sul campo di battaglia.-

E’ venuto in questo momento il sacerdote col

quale ho discusso a lungo: è afflitto perché non

ho voluto confessarmi, poiché non sono un credente

sarebbe stata da parte mia una incorrettezza il

confessarmi, ma mi pare tanto un bravo uomo che

gli ho chiesto di venir a trovarti perché ti con-

fermasse a voce come veramente mi ha visto tran-

quillo.-

Forse ti appaio un po’ egoista quando ti

parlo solo della mia calma, della mia serenità,

del mio Ideale per il quale sto per dare la vita,

ma tu lo sai che ciò non è, tu sai – mia adora-

ta Luisa, che col mio Ideale si confonde l’amore

per te e Gisella con l’amore per l’Umanità in-

tera, e se, come ti ho detto, mi dispiace mori-

re è perché non potrò più godere del vostro af-

fetto, è perché mi addoloro del vostro dolore.

 

[Pagina 4]

 

In questo momento rivedo come se li vivessi i

ventun anni del nostro grande amore, amore che si

si è confuso e rinnovato nei nostri figli: non

vedo una differenza o una mancanza di continuità

fra il nostro ardente amore giovanile e il cal-

mo amore della nostra maturità che si esprime

con la passione che tutti e due abbiamo riservato

alla nostra Gisella.

Rivedo e rivivo questi ventun anni e mi sento

tranquillo perché sono convinto di essere sempre

stato un cuore amante, uno sposo ed un padre per-

fetto. Se si può parlare della perfezione.-

Avrei voluto vedervi anche un solo istante,

stringervi nelle mie braccia, perché poteste

attingere coraggio dalla mia perfetta tranqui-

lità.

Non fu possibile ma sono certo che tu sarai

forte e coraggiosa e che saprai evitare che que-

sta sciagura possa troppo scuotere la nostra Gi-

sella che è tanto suscettibile e sensibile infon-

dendo a lei il tuo coraggio.

Ora ti faccio alcune raccomandazioni al fine

che tu possa affrontare anche materialmente l’im-

 

[Pagina 5]

 

mediato avvenire.-

Ricordati che dei pochi soldi che ci restava-

no solo sei mila lire erano del cugino le al-

tre che restavano erano nostre: ma pure le sei

mila del cugino puoi considerarle come tue e

servirtene dato che lui non mi considerava più

suo debitore ed anche era disposto ad aiutar-

mi ancora nel caso che mi fossi trovato nelle

ristrettezze, se per caso nel corso della per-

quisizione avessero sequestrato questi pochi

soldi non indugiarti a chiedere che ti siano

restituiti, inoltre, al momento del mio arre-

sto avevo in tasca, come lo sai, 3.064 lire

che sono state depositate qui al Carcere e che

verrai a ritirare con i miei oggetti personali:

orologio, penna, ecc.....

Per l’avvenire più lontano riuscirai a si-

stemarti con l’aiuto del cugino; inoltre un

amico che fino a ieri era per me uno sconosciu-

to, ma che questi due giorni ci hanno affratel-

lati, e che ha avuto la fortuna di essere rico-

nosciuto innocente, mi ha promessi che si sareb-

be occupato anche di aiutarvi per fare continuare

gli studi a Gisella.

Tu devi essere coraggiosa perché resti sola

con la responsabilità dell’avvenire di Gisella,

 

[Pagina 6]

 

perciò sii forte, alto il cuore e il morale per

conservare la salute fisica ed assolvere la tua

missione.

Appena sarai calma, e lo devi essere rapida-

mente, vai a fare un piccolo viaggio a Camagna,

Occiniano, S. Martino per distrarre Gisella e

fargli conoscere i cugini suoi, non solo, ma

anche perché tutte e due possiate trovare ener-

gie fisiche, certamente scosse in questo momen-

to, con un nutrimento più consistente.-

Quando la situazione lo permetterà, andrete

certamente a raggiungere i genitori: ma non pre-

cipitare nulla e non compromettere l’avvenire

di Gisella se è possibile farle continuare gli

studi.-

Termino, no che abbia più nulla da dirti,

ma potrei continuare per ore a parlarti del mio

amore per voi, credo che non sia necessario.

Non scrivo a Pietro e ... perché dopo che

avrò scritto a Gisella non mi resterà che po-

co tempo per riposarmi: di’ loro che lo ricordo

con affetto come Nanda, Luigina, Pierina e Ri-

na: abbracciali tutti per me e di’ loro di par-

lare a Elsa e Franco del loro zio Eusebio. Sa-

luta tutti gli amici, giovani e anziani: i tuoi

genitori, quando potrai rivederli di’ loro che io

li ho sempre considerati e affezionati come i

 

[Pagina 7]

 

miei.

Sii forte per te, per Gisella, sono certo

che lo sarai, come sono certo che vedrete il

mondo migliore per il quale ho dato tutta la

mia modesta vita e sono contento di averla data.

Coraggio, vi amo quanto può amare uno spo-

so ed un padre.

Vi stringo in un abbraccio ininterrotto

per tutte le ore che mi restano a vivere.

 

Eusebio

Abitazione pratese del celebre mercante, costituisce uno dei primi e tipici esempi di dimora borghese prerinascimentale.

Esso in realtà era solo una parte dell'abitazione del Datini, che si estendeva anche nell'isolato di fronte all'attuale ingresso (dove trovava posto una casa con giardino e fondaco) e in parte di un isolato adiacente, dove - negli ultimi anni di vita del mercante - era situata la stalla, e che tuttora conserva su di un portale lo stemma dei Ceppi.

Il primo nucleo del palazzo, situato in porta Fuia, all'angolo tra l'attuale via Rinaldesca e via del Porcellatico, era probabilmente costituito proprio da quel "chasolare, i' sullo chanto dello Porcellaticho", che il tutore di Francesco, Piero di Giunta del Rosso, acquistò per lui nel 1354, e che immediatamente sottopose a lavori di ristrutturazione.

Il costo di quell'immobile, e dei relativi lavori, ammontò allora ad appena 63 lire, 6 soldi. Un edificio assai modesto, quindi, anche se collocato in un'area di pregio, situata al confine con i palazzi dei Rinaldeschi e quelli degli Alberti.

 

L'attuale struttura è il risultato di una serie di successive acquisizioni di edifici contigui, inizialmente destinati ad abitazioni e botteghe di artigiani, che andarono ad ampliare il primo nucleo abitativo, nel quale il Datini si era insediato al suo ritorno da Avignone.

I primi consistenti lavori, come ci testimonia lo stesso Datini, risalgono al 1383, ed interessarono l'ala prospiciente alla via Rinaldesca; ma quelli più significativi furono compiuti fra il 1387 e il 1390, quando l'edificio, inizialmente ad un solo piano, fu rialzato, e fu costruito il cortile con loggia e pozzo.

Nell'immobile che fronteggiava l'ingresso, oltre ad una casa e loggiato dipinto, e ad un fondaco, fu allora realizzato un giardino con tabernacolo sull'angolo, "pieno di melaranzi e rose e viole e altri begli fiori", di cui lo stesso Datini diceva: "Costa p(i)ùe di fiorini 600: ch'è istata una grande folìa: sarebe meglio ad avergli messi in uno podere".

È in occasione di questa ristrutturazione, certamente la più consistente, che fu realizzata anche gran parte della decorazione pittorica ad affresco, affidata a Niccolò di Piero Gerini: a lui dobbiamo il San Cristoforo, tuttora ben conservato, concluso solo nel 1394.

Dello stesso ciclo di affreschi fanno parte le 14 figure dipinte nella corte, i 7 vizi e 7 virtù, che adornavano la loggia, assieme ai quattro filosofi impressi nelle lunette (affreschi, tutti, ormai fortemente deteriorati), oltre ad alcuni altri dipinti di cui non abbiamo più traccia.

Agnolo di Taddeo Gaddi e Bartolomeo di Bertozzo eseguivano nel frattempo i lavori più semplici di ornamento: il motivo delle volte a gigli, i "beccattelli" fra le lunette e le figure della loggia, i "pancali", le colonne, gli sguanci delle finestre, i marmi, un po' dappertutto; e inoltre, i palchi delle camere, i travicelli, i regoli e bossoli di legno.

Essi decorarono, inoltre, una delle sale interne, quella "sopra la volta del vino", con le "pareti dipinte ad alberi" e il soffitto "a gigli gialli in campo scuro, con quattro compassi dipinti con armi".

 

Gli ampliamenti e ristrutturazioni non cessarono comunque, mentre l'edificio si andava arricchendo con l'acquisizione dei corpi immobiliari adiacenti. Nel 1399, tirando le fila di questo suo incessante murare, il Datini calcolò ad oltre 6.000 fiorini il costo complessivo dell'abitazione.

I lavori realizzati a più riprese nel corso degli anni, e che in realtà terminarono solo poco prima della morte, le decorazioni parietali ad affresco, la ricchezza degli arredi, di cui gli archivi datiniani sono ricchi di testimonianze, trasformarono gradualmente il palazzo in una dimora prestigiosa, che fu più volte utilizzata non solo dal Datini, ma dallo stesso Comune di Prato, per ospitare personaggi di spicco in visita alla città.

 

Dopo la morte del Datini, la facciata esterna fu totalmente affrescata a spese dei Ceppi con scene della vita del mercante, di cui restano solo alcune frammentarie sinopie.

 

Tratto da:

www.istitutodatini.it/schede/palazzo/

 

El presidente de la Junta de Andalucía, Juanma Moreno, se ha reunido en el Palacio de San Telmo con el presidente de la Sociedad de Gestión de Activos procedentes de la Reestructuración Bancaria, Sareb, Jaime Echegoyen. También ha asistido a este encuentro la consejera de Fomento, Infraestructuras y Ordenación del Territorio, Marifrán Carazo.

 

Moreno ha valorado positivamente la labor que Sareb viene desarrollando en Andalucía, dotando de dinamismo un sector absolutamente clave para cualquier economía, como es el de la construcción y la vivienda.

 

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Fotografía oficial de la Junta de Andalucía, se pone a disposición solamente para su publicación por las organizaciones de noticias y/o para la impresión de uso personal por parte del sujeto (s) de la fotografía. La fotografía no puede ser manipulada de ninguna manera y no se puede utilizar en materiales comerciales o políticos, los anuncios, productos, promociones que de alguna manera sugieran aprobación o respaldo de la Junta de Andalucía

 

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